A tutto Est: in Giappone

8 mag 2022

Una cosa normale

Oggi a Kabo avremmo dovuto fare delle riprese su alcune delle attività di progetto su cui lavoro: allevamento, caccia e monitoraggio della fauna selvatica.
Poi però tutto è saltato per un imprevisto della troupe e così siamo corsi a scusarci con le comunità che avevamo allertato.

Quando M Samba ha aperto la stalla, le capre sono volate vie. Le aveva lasciate chiuse per permetterci di fare le riprese. Dentro la stalla abbiamo trovato un cane morto. Con distacco, M Samba ci ha detto che probabilmente era rimasto lì dalla sera precedente e le capre lo avevano fatto fuori. Strategia di gruppo.

M Samba è un saggio del villaggio oltre che il più grande allevatore tra i nativi del luogo. Ci dice che l'allevamento ai piedi della foresta ha i suoi limiti, ma che ha anche un grosso potenziale economico. Parliamo dei servizi veterinari, necessari e inesistenti. “Mais, on fait avec”, conclude. 
Così, dopo esserci scusati per il disturbo creato, ci diamo appuntamento a fine mese per la formazione.
“C’est bon. On est ensemble”.

Con Benj ci spostiamo nel quartiere dei Ba'kaa, che sono i cacciatori con cui dobbiamo scusarci. Sono gli autoctoni della zona, i veri esperti cacciatori, mandati a cacciare dai Bantu. I Ba'kaa sono nati nella foresta e di questa conoscono tutto. 
Anche Benj ha una motoretta con rimorchio, se ne vedono tante a Ouesso, le usano per qualsiasi tipo di trasporto (bottiglioni d'acqua, bombole del gas...). Benj però ci ha aggiunto la sedia di vimini per il passeggero. 
Per il video di oggi, con i cacciatori avremmo dovuto continuare a sperimentare un gioco, per affrontare il tema difficile della sostenibiltà. Si fa con i fiammiferi, che rappresentano gli animali cacciati. Non si vince, ma ci si rende conto di cosa succederà in futuro. 





Arrivati nel quartiere la musica è forte, fatta di percussioni su barili e bidoni. Sono bambini e ragazzi, a ripensarci, gli stessi che la sera precedente suonavano davanti al ristoro di Mme Benj. Con questo rito i Ba'akaa annunciano che qualcuno è morto nella comunità. Si fa durante la veglia e dura fin quando non si sono raccolti tutti i soldi necessari all'enterrement, la sepoltura. A volte può durare anche una settimana. 
@C.Nzuonzi/WCS
L’uomo che mi sono trovata davanti è lo stesso che stamani era venuto in ufficio, ma io non parlando la lingua locale, non avevo capito nulla. Era venuto a chiedere a Benj la motoretta per la sepoltura. Ci dice che andrà a chiamare gli altri cacciatori. Io seguo i colleghi, che mi portano verso un capannello di gente.

Mi fanno accomodare tra 4 persone. Ci salutiamo. Ci fissiamo. Siamo a circa una decina di metri dal gruppetto di gente, che a sua volta sta intorno a un grande tavolo basso. C’è un signore che è seduto su una sedia di legno e si dondola. Più in là, una donna incinta col un piccolo in braccio. Un'altra danza. Vestono tutte con dei pagne (tessuti africani), i bambini sono per lo più nudi con un cordino in vita. Alcune donne hanno della terra chiara intorno al viso, una ce l'ha anche sulle braccia. E' quella che piange, guardando verso la parete di legno della casa. Sembra che ci guardi dentro, spiando attraverso le listarelle. Si dondola in un pianto dolce e disperato.
Mi vengono in mente tutte le volte che ho visto attori lavorare proprio alla ricerca di quella fisicità, per trovare un pianto, un'emozione, un qualcosa di forte.

La donna che danza ora fa il giro tra le altre persone e getta qualcosa - o forse  niente - su ognuno di loro. Poi va verso il centro, si avvicina al tavolo e agita le anche guardando verso un punto fisso. Sorride e pronuncia delle parole. Mi accorgo all'improvviso che su quel tavolo basso c'è il corpo semi nudo di qualcuno, che ne abbraccia un altro coperto da un telo bianco a disegni neri.
Realizzo che mi hanno portato dal morto.
Stupita di me, continuo a guardare intensamente tutto, senza provare quella paura che un corpo senza vita mi ha sempre fatto.


Poi ci alziamo e andiamo via. Seguo il mio collega. 
Mi aspettavo un commento qualsiasi da parte sua, invece mi dice soltanto che i cacciatori sarebbero arrivati più tardi, perché sono già partiti con Benj in motoretta per scavare la fossa e che ci saremmo scusati un'altra volta.

Così, come fosse la cosa più normale del mondo.

8 apr 2022

Serate

Ouesso, una sera delle tante

Qualcuno bussa alla porta, il guardiano ci chiama per avvisarci.
"Ciao, sono qui di passaggio per..."

Spesso è per lavoro che la gente si ferma da noi "alla casa degli expat di Ouesso", prima di andare verso i villaggi del nord. Da quando la gente ha ripreso a viaggiare, i passaggi non mancano.

A volte li conosciamo, a volte ci avvisano, a volte bussano e basta. Li accogliamo in veranda e se non portano da bere, le birre le prendiamo noi dalla maman accanto, che ci rimprovera sempre perché non le riportiamo i vuoti. Con un' italiana e una spagnola in casa, gioco forza che la bevuta si trasforma in cena. 
Così restiamo insieme, le chiacchiere scorrono e la rete di conoscenze si allarga. A volte nascono amicizie. A volte quella persona invece sarà per una volta e basta.

Stasera sono venuti una belga, un'italiana e due tedeschi. La belga ha fatto le crepes troppo salate, ma che sono andate benissimo con le melanzane preparate dell'italiana. 

Domani con alcuni di loro andrò in Repubblica Centrafricana, al Parco Dzanga Sangha, dove pare ci siano centinaia e centinaia di elefanti. Il bello è che ci andremo via fiume da Ouesso.

Prima di andare a letto abbiamo fatto una foto. In realtà ne abbiamo fatte tante stasera e ci siamo fatti anche tante domande e chiesto cose che non sempre chiediamo in queste serate insieme. Ci siamo detti come siamo quando siamo a casa nostra, cosa facciamo che qui non facciamo e cosa desideriamo e tanto altro.
Stasera era diverso, perché sapevamo che era una delle ultime sere insieme: i miei compagni di casa vanno via tutti tra non molto. Ognuno verso un'altra strada. 
Lo avevo messo in conto e mi preparo a questo periodo in solitario, nella grande casa in attesa di altri arrivi.

Vediamo che sapore avrà tutto questo.




27 dic 2021

Kabo in pillole


Alcuni amici che si definiscono vintage e/o antisocial mi hanno chiesto di condividere anche qui le "pillole" che di tanto in tanto scrivo sui social (facebook e IG). Obbedisco con piacere.
Qui di seguito ci sono i tre momenti che ho fotografato con immagini e testo durante alcune delle missioni a Kabo, che è il villaggio a 3 ore da Ouesso, andando verso nord. 
A Kabo ci vado almeno una volta al mese per le attività di campo. Kabo è quella che chiamo "la routine". Mi alzo, faccio colazione, attraverso la strada e sono in ufficio, che è su una palafitta e per questo lo chiamano Madagascar. A volte prendiamo la macchina e andiamo nei siti di foresta oppure con la piroga a motore andiamo dalle comunità di pescatori e di cacciatori. Spesso per il pranzo non c'è tempo. A fine giornata Mme Benj prepara la cena nel suo ristoro al villaggio e poi rientro a casa a piedi, stando attenta agli elefanti.
Dico "Buonanotte" al guardiano che si siede accanto al piccolo aereo che non vola e l'indomani si ricomincia.
A Kabo accadono piccole cose.
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13 Settembre 2021

A Kabo dopo la pioggia.

Il tappeto verde, il fiume Sangha e il Camerun
Kabo è fatta di grandi spazi verdi da una parte e di case di legno dall'altra, che poi sarebbe il villaggio. Io preferisco il villaggio, anche se riconosco che l'ampio spazio offre un gran respiro. Ci passo ogni giorno per andare a lavoro e mi chiedo come mai l'erba venga tosata ogni giorno. Perché? Per chi? Non c'è nessuno che sembra averne bisogno. Ci sono gli ex hangar, non ci sono le ville dei ricchi, è una zona di passaggio delle poche 4x4 dei lavoratori di qui che partono per gli altri siti. È un tappeto che arriva fino alla foresta, da una parte e al fiume, dall'altra.


Oggi al tramonto c'era un gruppo di ragazzi che giocava a calcio: i "senza maglia" contro "i con maglia". Volevano le foto e gliel'ho fatte.







l'antenna di MTN: la compagnia telefonica

Poi accanto al campo c'era questa grande pozzanghera che rifletteva l'antenna di MTN stagliata nel cielo. Quell'acqua che la sera, se non c'è la luna, sono cavoli e ci entri in pieno e poi sei rosso di argilla per giorni.








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20 Novembre 2021

A Kabo dopo 1500km in 5 giorni nel nord del Congo.

Ero uscita per prendere qualcosa da mangiare al negozietto dietro l'angolo, quello che sta dopo la grande antenna di MTN.
L'uomo del negozio mi saluta chiamandomi mundelé, che vuol dire straniera. 
E ancora quando ha finito di servirmi mi chiede se voglio altro: "C'est bon mundelé?". 
E quando me ne vado: "Bonne nuit, mundelé".
Quando esco...SBAM mi scontro con una luna piena e rossa che sale dal quartiere dei Bakaa, gli autoctoni. Subito faccio dietro front e torno al negozio:
"Papa, on fait comme ça" - gli dico, usando una tipica espressione congolese che preannuncia una dichiarazione.
"On fait comment, maman?" - mi dice.
Facciamo che mi chiamo Daniela "pas seulement mundelé", gli dico.
"Ah merci, maman Danielà" - mi dice come tipicamente il congolese fa, ringraziandoti per il solo fatto di avergli parlato (ad esempio se gli dici :"Bojour Monsieur" lui ti risponde: "Merci, Madame").
"Et vous, papa? Comment vous appellez-vous?"
"Jean Chris, maman".
"D'accord. A demain, papa".
"Merci, maman. A demain. On est ensemble" rassicurandomi con l'immancabile "siamo insieme" con cui qui ci si congeda. 
Rigiro l'angolo e ancora SBAM su questa luna.



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3 Dicembre 2021

Sono tornata a Kabo.

Qui abito in una casa di legno, che è quella del pilota che non ha mai volato. Penso a Saint Exupéry quando vedo il piccolo aereo fermo nell'hangar.
Stasera in cielo accadeva questo spettacolo. Avevamo appena finito di mangiare al ristorante di Mme Benj, che si chiama così perché è la moglie di Benj.
Da Mme Benj si mangia fuori, meglio se ti sei portato la lampada frontale, cosi vedi cosa hai nel piatto. Comunque è facile: è pesce del fiume e manioca dei campi, quella portata dalla città, che qui i campi li distrugge l'elefante e la manioca non ce la fa a crescere.
Il giorno successivo Mme Benj cambia specie, ma è di nuovo manioca e pesce del fiume e così anche il giorno seguente.
Quando il pesce fresco non arriva, allora è pesce affumicato in salsa di arachidi e foglie di manioca, si chiama koko. Invece il pesce cucinato fresco si chiama bouillon, una sorta di guazzetto in salsa di pomodoro, cipolla e qualche erba, il tutto cotto nelle foglie di banano.
È proprio buono. Soprattutto se non hai pranzato, te lo divori. La palla è la quantità di spine che devi togliere, sputacchiare e a volte ingoiare per necessità. Secondo me il pesce di fiume ha più spine del pesce di mare. La manioca te la danno in baton e in effetti sembra un piccolo bastone. Oppure arriva come foufou che è tipo una polenta, ma qui a Kabo è raro il foufou, perché la macchina per macinare la manioca e fare la farina ce l'ha solo una famiglia.
Stasera dopo il pesce e il baton, alle mie spalle, dietro al grande mango, il cielo esplodeva così e non erano fuochi d'artificio. 
Come ha detto il Coordò, "In Camerun piove. Dobbiamo affrettarci, che arriva presto anche qui".
Siamo partiti.
Dopo poco è arrivata la pioggia dall'altra sponda del fiume, che poi è il Camerun.




6 nov 2021

"Rifrazioni di istanti" personale di fotografia di Michele Lischi: ci siamo!

Momenti nella casa-laboratorio

Oggi nella sede dell’Associazione Imago, in via coccapani à Pisa, Michele Lischi farà la sua personale di fotografia.

Ci mostrerà le sue “rifrazioni di istanti”. Tra le migliaia di foto che occupano i suoi archivi questa ricerca sembra davvero interessante. Lo “spezzato” e il “ricomposto” di quella bellezza che Michele è capace di cogliere nelle sue molteplici sessioni di fotografia con amici, parenti, conoscenti e chiunque stimoli il suo atto creativo.
Atto creativo che si svolge spesso tra le mura di casa, dove lo vedo comporre come fosse un musicista ma anche uno scienziato rigoroso nel suo laboratorio che rispetta la regola e sa anche romperla.

Al mattino, quando appena svegli il senso dell’odore è più attivo, spesso sale dalle scale del seminterrato un lieve odore di chimico degli acidi per sviluppo e stampa. Se non lo trovi, è lì nei bassifondi. A questo odore a volte si somma quello della malvasia dolce di bottiglie esplose nella cantina accanto alla camera oscura. Ed è questo mix di odori che rende la produzione di Michele ancora più viva e presente in ogni momento della sua vita, da quando lo conosco.

Credo che sarà una bella mostra. Credo che valga veramente la pena andare a vedere come ha messo insieme i pezzi di foto e persone, di storie e stati d’animo diversi, in una reciprocità tra fotografo e fotografato intima e artisticamente onesta.

Certo, sono di parte, è il mio compagno da venti anni. Ma mi sa che avrei pensato la stessa cosa anche se avesse avuto un altro ruolo nella mia vita.

Buona mostra, Michele e a tutti voi che potrete esserci!

La guarderò a distanza, sempre facendo ricorso a quell'immaginazione...

Piccolo spoiler durante l'allestimento con chi lo ha aiutato:
 l'artista David Paolinetti e l'amica Chiara Caccamo


27 ott 2021

Immaginare, pas de soucis!

Ottobre 2021, Ouesso

la maison d'art di Ouesso

Lui è Alban, davanti alla sua "maison d'art", che si trova sulla strada per il mercato di Ouesso. 
E' sabato, sono in taxi e ho chiesto al tassista di farmi scendere, la maison è finalmente aperta. Alban lo trovo sotto l’albero a dipingere. Mi presento e lui fa gli onori di casa. Mi mostra i suoi quadri, sono per lo più scene di vita quotidiana; Manuel invece, dipinge gli animali. Manuel non c'è, vive a Pokola, al di là del fiume. 
Tra i vari quadri che Alban mi mostra ce n'è uno con due zebre. Vede la mia espressione e mi anticipa dicendo “anche se qui in Congo le zebre non ci sono”. 
Quando ho chiesto ad Alban quale fosse il simbolo del Congo, lui ha inteso quale animale-simbolo e mi ha detto "les elefantes, maman", anzi "due elefanti con in mezzo un leone" e ha aggiunto "anche se il leone non esiste in Congo. Mais ça suffit d'imaginer, maman". 

Basta immaginarseli.

Anche sul tetto dell'is'art Galerie di Antananarivo c'era un elefante in cartapesta. E chi l'aveva costruito mi aveva detto una cosa simile "L'ho fatto per dare la possibilità di fare vedere ciò che altrimenti qui possiamo solo immaginare, tsy maninona”, cioè non fa niente, pas de soucis, non ci sono problemi

E' quello di cui ho quotidianamente bisogno qui, immaginare senza farmi problemi.

L'elefante dell'is'art galerie di Antananarivo
Immaginare ciò che non è, rispetto a quello che per me sarebbe. Mi riferisco a tutte le volte che qui spalanco la bocca e mi stupisco davanti a qualcosa che non avrei mai pensato potesse accadere, secondo quello che io intendo per logica.

Con Alban parliamo di cosa faccio io e di cosa fa lui. Mi chiede se disegno, gli dico che sono negata, ma mi piace la fotografia. Gli mostro la FM2 e dice che non l'aveva mai vista una macchina così. Gli dico che mi piacerebbe fotografare la gente di Ouesso per esplorarne l'identità, la quale sembra essere nascosta o confusa. Non so bene come, ma vorrei che ci fossero i commercianti mauritani, beninesi e centroafricani; gli agricoltori camerunensi, i congolesi di Kinshasa che costruiscono le piroghe, i congolesi di Brazzaville, di Ouesso e gli autoctoni e poi anche noi 7 expat presenti in questa città cosmopolita.

Alban mi conferma quello che sapevo: qui farsi fotografare è complicato, le persone sono scettiche e resistenti. Addirittura Coordò mi dice che ci vuole un permesso della prefettura.
In passato in alcuni paesi si sono rifiutati di farsi fotografare, perché è come togliergli l’anima. E davanti a questa affermazione era difficile replicare. Anche qui ne hanno una da non sottovalutare: se li fotografi poi te ne vai a casa tua, stampi un libro e ci fai i soldi sulle loro immagini. Io la replica ce l’avrei e cioè che le foto sono loro, resteranno alla città e faremo una mostra qui.

Alban mi dice che qui la gente non è abituata alla fotografia come forma d’arte, si fanno le foto a Natale e ai compleanni e per i documenti. L'arte non si spiega, dice, ma il progetto posso spiegarlo e mi da' qualche speranza che la gente possa poi partecipare. Patecipare, è proprio la parola giusta.
Alla fine Alban si propone di aiutarmi a parlare con le persone, mi dice che questo è uno dei compiti dell’artista: far conoscere quello che non si conosce.
Alban quando ascolta sorride con la testa china da un lato. 
Inizio a sentire che questa città ha qualcosa da dire. Bisogna cercare, avere pazienza e non smettere di immaginare.
Così, io e Alban ci diamo appuntamento a sabato prossimo, vuole cominciare dagli autoctoni. Mi fido. 
Lui torna al suo albero a dipingere le scene di vita quotidiana e io mi ci butto dentro, per le vie dei mercati.

La lista della spesa oggi è fatta di materiale per la casa; passo tra le montagne di secchi di plastica colorata e le marmittes di tutte le dimensioni, impilate una sull’altra. La maman è seduta sul bancone e mi dice che oggi ci sono i saldi sulle sedie in plastica.

Per la cronaca, qui se sei donna sei maman, se sei uomo sei papa

Non ho bisogno di sedie, ma di 3 bacinelle rettangolari per la camera oscura, ma niente, a Ouesso ci sono solo bacinelle rotonde. Proseguo e mi fermo da due donne che vendono cosmetici e mutande.
Neanche loro sono di Ouesso, arrivano dalla capitale. Una è quasi addormentata sui cartoni di roba da vendere, l'altra appende i teli per coprire i prodotti dal sole delle 11 del mattino.
Questa sarebbe una foto bellissima. 
La donna stesa si chiama Regine "mais sans royaume, maman" aggiunge. Dice che si annoia perché la gente non compra. Nel mettere a posto il resto dei soldi, tiro fuori la macchina fotografica. Lo faccio apposta, ovviamente. Anche lei mi dice che i congolesi non amano le foto "andate via con le nostre immagini". Le parlo dei ritratti che vorrei fare e le chiedo cosa ne pensa. Dice che sarebbe meglio un film allora, con della bella musica. Parliamo di musica, di tamtam, di rumba (il ballo tradizionale che ha un legame con Cuba). Ci diamo il numero di telefono, vuole sapere come andrà col mio progetto fotografico. Alla fine del grande sorriso che ci scambiamo le chiedo se possiamo scattare una foto e lei mi dice che non è pronta. Magari la prossima volta.

Alla prima traversa accanto al supermercato con la grande scritta CocaCola c’è la donna dei pagne. Li chiamano così, i grandi teli africani davanti ai quali mi fermo ogni volta, catturata da quella immensità di colori. Ovviamente neanche questi non sono prodotti qui, però la gente li veste e i mille sarti che ci sono ad ogni angolo usano questi tessuti per cucire vestiti bellissimi per uomini e donne. La maman ha già capito che comprerò. Anche lei è seduta sui prodotti che vende. Si ricorda di me e dell’ultima volta che ho comprato e mi fa lo stesso prezzo. Mi gira la testa quando mi fa entrare a guardare la montagna di pagne che ha. Cerco qualcosa col rosso ed esco con una fantasia turchese e un’altra arancione. La novità adesso sono i "deux temps", ossia 2 pezzi venduti insieme che puoi separare e vestirli quindi in “due momenti” differenti. 
Le sintesi geniali di questi paesi. 
La maman la foto se la fa fare senza esitazione, mantiene la mascherina sotto al mento, si mette sullo sfondo dei suoi pagne appesi alla porta. La foto è in bianco e nero.
Tutto questo dura circa due ore e ho fatto in tutto 3 scatti.

Alla fine passo da Salem II, che ho deciso essere il più simpatico dei 3 Salem. Mi regala ogni volta le holliwood e dice ad alta voce i prezzi di quello che compro mentre imbusta. La trovo una forma di rispetto in mancanza di registratore di cassa e di qualunque altra prova di pagamento. Salem i numeri li dice a bassa voce in arabo, quando batte sulla calcolatrice e li comunica in francese al cliente. Chiederò anche a Salem uno scatto, naturalmente.

Quando ripasso davanti alla maison d’art la trovo chiusa. Sono le 14 e Alain sarà andato a mangiare. Devo correre a casa perché ho il carpentiere che mi aspetta per sistemare i mobili della mia stanza, che non è ancora terminata. Nonostante lo sforzo immaginativo non ho ancora finito di riadattare tutto quello che avevo chiesto e che è arrivato in forma diversa: ripiani più larghi del muro, scaffali più alti del soffitto...
Adesso però col nuovo carpentiere Myr stiamo tagliando e adattando. Myr mi ha voluto fare una zed per i libri. Myr non usa il trapano, ma batte col martello talmente forte che parte la scintilla sul chiodo. Myr non avrà 30 anni e non peserà più di 70 kg. Myr s’impegna, è puntuale e quando arriva mi scrive un sms: "sono arrivato, sono seduto col guardiano" che appunto non lo fa entrare in casa se prima non ha verificato che io non sia occupata. Peccato che a volte il guardiano interpreta male e lascia Myr 40 minuti ad aspettare. Myr ogni volta mi porta un piccolo dono: una noce di cocco, una cabossa (frutto del cacao), le banane plantaines (quelle che si friggono) e ogni volta mi chiede se conosco quello che mi sta offrendo. L’altro giorno gli ho offerto io il caffè italiano e ce lo siamo preso seduti sul divano di vimini, con la curiosità del guardiano che ci guardava in questa configurazione inusuale: la maman con l'operaio.
Mentre prediamo il caffè, condivido con Myr alcuni dubbi su come comportarmi in alcune situazioni qui. Tipo quando le persone non ti avvisano se c’è un problema, anche se ogni frase si conclude con "pas de soucis, maman". Tipo quando le persone non vengono dove abbiamo concordato e tu aspetti e poi qualcuno compare con tuttta calma e non proferisce parola. Tipo quando nessuno viene perché piove (e qui piove 8 mesi su 12). Chiedo per capire come incastrarmi in questo concetto di tempo diverso e soprattutto in questo gioco del silenzio. 

Myr ascolta, tace, beve il caffè nella mia tazza preferita, quella color foresta e poi dice qualcosa, ma non lo capisco. E' come se anche lui stesse riflettendo insieme a me. Gli dico che non ho capito e lui mi dice che qui nessuno è di qui, quindi in sostanza, perché spiegare, dire, cambiare? Mi dice che Ouesso è una città di nessuno e di cui nessuno si appropria. Eccola quindi, la città di passaggio, cosmopolita, che non appartiene a nessuno, è Myr che me lo spiega. 
Così anche io devo premere reset e rivedere le aspettative e le logiche. 
Myr vede il kekogi di aikido appeso allo stendino e mi chiede se faccio karate. No, aikido, ma adesso andiamo a lavorare mentre ti racconto.
la "zed" rivisitata
Myr finisce di montare gli scaffali. Fa scattare un paio di scintille sui chiodi e a lavoro finito mi chiede se mi piace la zed che mi ha costruito. Vorrei dirgli che la zeta non è fatta così, ma abbiamo parlato finora di immaginazione... 
Fa per pulirsi i pantaloni dalla polvere, solo che sulle ginocchia non ha alcun tessuto. Myr veste coi  jeans strappati come i giovani trendy di Ouesso coi cappellini portati con la visiera dietro, il giubbino tarocco di Dior - non importa se ci sono 35 gradi - e le mutande che escono dalla vita bassa.
Ci diamo appuntamento a lunedi per terminare con il mobile del bagno.

Dopo un’ora ricevo un messaggio. E’ Myr che mi invita a fare jogging domenica mattina lungo il fiume Ngoko. Dico ok.
L'appuntamento è alle 6:30 del mattino, davanti al poste de police.
Accetto, perché se mi immagino lì, so che poi mi piacerà.