A tutto Est: in Giappone

9 feb 2019

La boite à idee

Oggi, un anno fa, mancavano poche ore a preparare il ritorno di Tsaramaso in patria. 
Oggi, un anno fa, eravamo tutti insieme a festeggiare i 70 di zia con le candeline immaginarie. 
Oggi, un anno fa, prendevo il mio treno forse con poche speranze, ma mai con nessuna e me ne andavo a Roma, ché il giorno dopo al mattino avrei dovuto fare una cosa importante al Ministero degli Affari Esteri. 
Oggi, un anno fa, cercavo di raccontarlo a tavola nella stanza delle parole, ma nessuno mi ascoltava davvero; come spesso accade quando si ha poco tempo e ognuno ha il suo pensiero, il suo stato d’animo e le aspettative che si creano e si distruggono in un tempo così veloce, che manco lasciano l’amaro in bocca.
Così poi, fatto quel viale, ce ne andavamo a prendere i treni e le macchine per separarci di nuovo. Auguri zia. Sicuramente ci vedremo tra un bel po’. Resto poco a Roma.
Ma è quel poco che basta per farmi cambiare animo e idea.
Quel poco che è enorme e che arriva dritto davanti all’altare della Patria con una telefonata. 
E poi le gioie, l’abbraccio e tutto il tempo delle telefonate durante l’aperitivo in un posto di architetti a condividere quell’incredulità e quella felicità. Le aspettative stavolta sono enormi e i piedi non devono necessariamente stare più così per terra, almeno per un po’.
Il click di quella notizia apriva le porte della speranza e dell'Air France, che faceva rotolare un fagiolo da nord a sud in un lungo viaggio durato 9 mesi.

19 Novembre 2018, Antananarivo. Sono atterrata e fa caldo. Scendo le scale dell'aereo e fiera, guardo l’anello comprato nella via dei gioielli l’ultima volta qui, nel 2016, quando non ci sarebbe stato più motivo di tornare. Sapendo invece che lo avrei fatto prima o poi.


Lo so che non ci state capendo nulla, ma è necessario tutto questo a Tsaramaso per ripartire.

Partirò allora da una delle sorprese che questa terra regala giornalmente.
L'ho trovata in quello che uso per cambiarmi per l'allenamento di aikido e che il sensei chiama il vestiaire. Il vestiaire è una stanza all'aperto con una tenda "a mezza gamba", che lascia spazio all’immaginazione di chi passa di lì per andare nel pollaio accanto o al bagno di fronte. Ma io faccio veloce e nessuno mi vede. Una volta pronta faccio per voltarmi e la vedo e penso che chi l’ha creata (il sensei presumibilmente) sia un genio.

Vorrei aprirla, ma non mi azzardo.

Allora è Tsaramaso che da oggi riapre le comunicazioni, ora che è tornato laddove è nato: dalla terra al sacco del mercato.

Miandriarivo - al dojo

17 mar 2018

Il potere dei ricordi: Aldo Moro fu rapito.

Oggi è ancora 16 marzo, eppure è già il 17.

Da una scatola preziosa della casa, Michele tira fuori dei negativi dal suo archivio e li mette nello scanner. Si sa che Michele tiene tutto: le date, i momenti, gli oggetti, i ricordi. 

Vuuum-vuuum fa la macchina. 
Vuuum-vuuum - Piiiiiiiiiiiiiii, poi le numeri, le nomini, le salvi e le riguardi. 

Com’è riguardare Pisa nel 17 marzo di 40 anni fa?
A me fa effetto. Non c’ero, non capivo, non sapevo (avevo 2 anni).
Poi ho saputo, visto e ci sto da 22 anni quasi.
Nella prima foto, l’edicola di piazza Dante c’ha la civetta che recita “RAPITO MORO – UCCISI gli uomini della scorta”.

Vuuum-vuuum - Piiiiiiiii

Marco M. dice che c’era anche lui e che era la prima volta che vedeva la Democrazia Cristiana in piazza. 
La DC. Sono nata immersa nella DC del mio paese pugliese e ci sono cresciuta fino a poco prima di andarmene. Dal mio sentire, per molti nella DC c’era solo una persona che si salvava, ed era Aldo Moro; che poi però non si è salvato. Così sentivo dalla gente, quando ancora ero piccola e non "capivo".

Da ieri si parla di 40 anni fa, quando i 5 uomini della scorta morirono e Aldo Moro fu rapito. Se ne parla con tutti i mezzi disponibili che ci sono, dalla carta stampata ai social. Chi parla, chi si arrabbia, chi sposta l’attenzione su altro. Ma tutti gli italiani conoscono il nome che sta in testa a strade, scuole e piazzali d'Italia.
Ci sarà un picco molto alto di parlare e discutere, pensare e riflettere tra 53 giorni, quando Aldo Moro sarà morto. Anzi no, quando “sarà assassinato” come dice sua figlia Agnese. 

Nel frattempo sono cresciuta e Agnese l'ho ascoltata che gia sapevo e capivo. Ho capito da lei che la storia va saputa, che se la conosci allora essa stessa ti insegna a conoscerla meglio e poi anche a vivertela.

Lei dice così degli assassini del padre, durante un incontro con Adriana Faranda:
“Sono stati una sorpresa perché nella mia mente loro sono dei mostri senza cuore, senza pietà. E lo sono anche stati. Le persone non rimangono uguali, non è che se tu hai fatto delle cose orrende poi per sempre dovrai essere una persona orrenda. Dentro queste persone c’è qualcosa di diverso da quello che io pensavo. In particolare scoprire un dolore infinitamente peggiore del mio, perché è quello di chi l’ha fatta grossa e non può rimediare. E che li fa essere totalmente disarmati nei nostri confronti. Per me Adriana è l’emblema della persona disarmata perché io avrei potuto fare o dire qualsiasi cosa e l’avrebbe accettata, non perché sono delle pecore ma perché sono disarmate di fronte a me. E imparare a disarmarsi è stata per me la grande lezione di questo stare insieme. Ho imparato da loro che se tu vuoi ascoltare qualcuno e poi parlare ti devi disarmare da pregiudizi e rabbia” (Avvenire 16 marzo 2018)

Michele ha finito. La macchina è spenta e le foto sono tutte in positivo. 
Era così, il 17 marzo a Pisa. 

Retrospettiva 1978: il rapimento di Aldo Moro

Se posso esprimere un desiderio e dare un consiglio: fermatevi sulle due foto di chi guarda dalla finestra. C’è un sacco di testo e di storia.

Grazie Michele, per aver fatto vedere a chi non c'era.

Grazie Agnese, per aver insegnato come si fa a chi non sa.



1 gen 2018

Timing is the answer

Ripensare al tempo come una risposta, mi sembrava un buon modo di portarmi il 2017 nel 2018.
E di ritornare sul mio blog.

Just do it now.


9 nov 2016

In guerra per amore


Quando ancora le luci sono spente, la gente esce dalla sala. Chi ha riso, chi ha parlato quasi tutto il tempo, chi è venuto a vedere che faccia c'ha Pif de "i provinciali" di Radio2.
Restiamo in 4 a leggere i titoli di coda, i nomi di tutti a capire chi è chi, la musica, la città…
Non appena si riaccendono le luci e la canzone sugli asini che volano sta per finire, Ele esclama “Certo che questo film fa proprio incazzare”.
...
Per un attimo io e Chià restiamo senza parole.
“Nel senso che dice la verità su come sono andate le cose?” chiedo.
“Essì” dice Ele, sfregandosi gli occhi.

IN GUERRA PER AMORE è un film intelligente e coraggioso. Forse anche meglio de LA MAFIA UCCIDE SOLO D'ESTATE, tradendo così la regola che la seconda opera riesce peggio della prima (se questa è venuta bene).
L’amore è quello di Arturo (Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif) per Flora (Miriam Leone) e del luogotenente Philip Catelli (Andrea di Stefano) per la patria, l’Italia.
Siamo a New York nel '43 e Flora è promessa a Carmelo, figlio del braccio destro di Lucky Luciano. Flora non ama Carmelo, ma Arturo, che è solo il cameriere del ristorante di famiglia "Alfredo". L'unica speranza per Arturo è andare in Sicilia a chiedere la mano al padre di Flora. A Crisafulli (che poi è Erice, Nubia, Segesta e lo Zingaro tutte insieme), Arturo ci arriva con l’Operazione Husky. E’ un soldato inesperto, sta lì solo perché è siciliano e può aiutare l’esercito a comprenderne lingua, modi e pensieri. Ma Arturo è un sognatore e il suo unico pensiero è tornare in America promesso sposo. La liberazione dai tedeschi se la vede scorrere davanti, senza troppo capire. Ci penserà Liut tenent Catelli (bello, bellissimo) a mettergli in mano il senso della dura realtà. Catelli prima di morire gli lascerà una lettera da portare a Roosvelt per denunciare che la Sicilia, dai tedeschi, è passata alla mafia, con l'aiuto dell'America e nel nome di una Democrazia. Cristiana.
Sicilia 1943. Il contadino Giovanni Maccarrone  indicò agli americani la strada 
presa dai  tedeschi in fuga. Fu ucciso da questi subito dopo.
Foto di Robert Capa.

E’ un raro, se non l'unico, esempio di racconto schietto di questo pezzo di storia italiana. Al cinema intendo.

Pif in questa storia ci mette tanta ironia, tanti attori e tante immagini. 
Saro Cupane (Maurizio Bologna) e Mimmo Passalacqua (Samuele Segreto) sono lo zoppo e il cieco, grandiosi e ci riportano alla commedia tutta italiana. Un occhio un po’ appassionato e attento riconoscerà in una scena del film, la foto di Robert Capa del contadino Giovanni Maccarrone, ucciso dai nazisti nel '43. Infine, un cuore un po’ sensibile batterà più forte quando Liut Tenent canterà in inglese al piccolo Sebastiano la canzone degli asini che volano.
“La canzone dice che alla fine nella vita sei tu che puoi cambiare il corso delle cose”, spiega il luogotenente al piccolo Sebastiano.

E' qui che forse Ele inizia a incazzarsi.
Forse perché come noi, ha sperato in un finale diverso?
Proprio un bel film.
Bravo Pif!
Ora perché non ci racconti dell'occupazione italiana in Libia? E quella in Etiopia?

PS
qui c'è un bel libro di Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino "Operazione Husky"

13 ott 2016

Devil comes to Koko - Il diavolo viene a Koko



C’è una storia amara che tanti anni fa è partita da Pisa. Una storia puzzolente come il veleno.
E’ il 1987 e dalla darsena pisana partono le navi cariche di rifiuti tossici per la Nigeria. Le navi arrivano a Koko, dove un imprenditore livornese, a capo di una società di costruzioni basata in Nigeria, ha comprato il terreno argilloso per poco più di 1 euro, lo ha battuto per renderlo più impermeabile e poi lo ha fatto diventare fondamenta per la raccolta dei nostri scarti di fabbriche e industrie. Le fondamenta presto hanno ceduto il passaggio a quei veleni che tuttora a Koko rendono acque e terra inquinate “e l’erba che cresce qui è diversa da quella del villaggio vicino”.

Questa storia ce l’hanno raccontata all’Arsenale cinema a Pisa due giorni fa, attraverso il documentario “Devil comes to Koko”, un film di Alfie Nze co-prodotto da Fabrica.

ph. downloaded from http://greenfilmnet.org/
E' un documentario iniziato 28 anni fa, quando l’allora inviata del quotidiano l’Unità, Rachele Gonnelli, mette insieme le carte e i dati e getta le basi per un'inchiesta. Intorno troverà il silenzio, tutti tacciono, inclusa la magistratura. Rachele chiede aiuto al suo amico e collega Giorgio Meletti, che al tempo lavorava a il Mondo. Giorgio scrive l’articolo che strategicamente intitolerà “Scorie da profitto” e accenderà la miccia della bomba e magari spegnerà il silenzio. Se ne parla in Nigeria finalmente, le carte arrivano a Lagos grazie ad alcuni studenti nigeriani residenti a Pisa, tra cui Udo Enwereuzor (oggi Esperto di Diritti Umani e Migranti) e all’ex parlamentare dei Verdi, Enrico Falqui. Enrico "scavalca il cancello e porta la notizia nelle mani del Governo nigeriano”, mentre gli altri lo aspetteranno di qua della barricata, perché sprovvisti di immunità.
Ce la fanno dunque, con un gioco di incastri e strategie, movimenti e accordi, al pari di quelli delle navi fantasma e del business fantasmagorico del livornese Gianfranco Raffaelli, che dovrà dare spiegazioni.

In sala l'altra sera c’era anche Alfie Nze, il regista che nell’88 era un teenager, viveva a Lagos e apprese la notizia dai giornali. Adesso vive a Milano, lontano da quello Stato frammentato in 270 idiomi, regioni diverse e separate. "Quello stato messo su dagli Inglesi a tavolino", ci dice quasi en passant e la cosa mi/ci stupisce, perché se fai questo è per amore del tuo Paese. Invece Alfie lo fa forse per necessità di rimettere a posto i pezzi e raccontare uno Stato che Stato non è, attraverso un documentario in cui confluiscono la sanguinosa invasione inglese di Benin City del 1897 e lo scandalo dei rifiuti tossici scaricati nel 1987. Basta spostare due delle 4 cifre.
Il documentario si guarda tutto d'un fiato, “la messa in scena è accurata, quasi da film narrativo; è ibridato con il teatro e l'arte contemporanea”, ci dice Sandra Lischi (Prof di Discipline dello Spettacolo e della Comunicazione dell’Università di Pisa).
E' fresco e con la puzza di disonestà di quei bidoni che portano la scritta “Dono del Governo Italiano”, che tanto ci hanno fatto vergognare.
ph. of fabrica research centre

Peccato che fossimo in pochi a parlare con Alfie, Enrico, Giorgio, Rachele, Sandra e Udo. Però fortunati noi pochi che, con un ritardo di 28 anni, abbiamo comunque un po' scavato quella terra inquinata e tirato fuori una manciata di veleno. L'abbiamo guardata dall’alto della presunzione di chi ha fottuto gli altri; dal basso della vergogna, di essere italiani come loro, e da destra e da sinistra per tante ragioni, perché "Dopo l’88 ci fu il '91 (Moby Prince), il '94 (Ilaria Alpi) e infine il '96 (Mani Pulite)", come ci fa riflettere Enrico Falqui.

Varrebbe la pena di riprovarci a raccontare questa e altre storie a Pisa e altrove. Senza lasciar passare 28 anni però.


Nell'attesa che ci si organizzi, QUI possiamo seguire il cammino di "Devil comes to Koko".



Devil comes to Koko - TRAILER from Fabrica on Vimeo.