A tutto Est: in Giappone

8 set 2021

A nord, ma anche a sud.

Una strana cosa.

Prima ancora di arrivare qui, apprendo dal mio coordinatore che si avvicina la stagione umida, dovremo quindi proseguire con gli studi iniziati in stagione secca. Ci stiamo chiedendo quale sia la correlazione tra il consumo di carne selvatica e variabili come il livello di accesso alla risorsa in termini di costo e disponibilità, oppure quanto il consumo sia legato alle tradizioni locali, al potere nutritivo di questa carne etc. Tutto ciò potrebbe subire un cambiamento significativo tra una stagione e un'altra, motivo per il quale vanno esplorate entrambe.

In previsione delle piogge, nella valigia ci sono K-way, sacchetti stagni, pantaloni antipioggia, mantelle...

Arrivata a Brazzaville trovo un cielo bianco coperto di nuvole e un’arietta fredda, che la sera costringe a mettere le maniche lunghe, benché di cotone.
Quando incontro il Direttore mi dice che sono fortunata perché questo è il momento migliore per visitare Brazzaville visto che, finalmente, è iniziata la stagione secca.
 
Ah! 
Entro un po’ in confusione, ma proseguo.

Quando arrivo a Ouesso il cielo resta bianco per tutto il percorso di 800 Km, l’umidità è a livelli altissimi e le temperature intorno ai 30 gradi. Poi piove. Ma piove-piove. Quella pioggia che dura ore, incessante e che bagna ogni volta i cuscini dei divanetti in vimini nella veranda della "casa con le colonne". Quella pioggia che ti fa sporcare e giocare, che ti fa cambiare strada e idea, chiudere i mercati, togliere i letti di legno dei carpentieri esposti davanti ai loro laboratori, la pioggia che allaga le grandi strade, anche se vedo senza troppi danni - pare infatti che abbiano da poco pulito gli scoli, per via del passaggio di qualche ministro.
 
Il primo giorno in ufficio lo passo col coordinatore. Dal video me lo aspettavo più piccolo di statura e mingherlino, invece è alto con le dita delle mani affusolate e gli occhi nerissimi. Restiamo qualche secondo in silenzio, entrambi con la mascherina, ma si vede che sotto c'è un sorriso. Non so se stringergli la mano, toccargli il gomito (abbracciarlo non se ne parla) o non fare niente e rimanere giusto impalata e vedere che fa lui. Lui porta avanti il suo pugno e capisco che potrò fare la stessa cosa pure io, arrivando a toccarci le dita. 
Nel suo ufficio ci sono 20 gradi, fuori 30, ma non posso fare subito la rompiballe con la mia intolleranza all'aria condizionata. Per fortuna usciamo presto da quella stanza per andare nel mio ufficio. Anche lì c’è un altro condizionatore, che poi è l’unica presenza oltre alla scrivania di legno tinta di giallo, che riprende - mi dice con soddisfazione il coordinatore - i colori del logo del nostro progetto. Per ora rimbomba tutto e c’è una luce a neon e presto arriverà una libreria. Torniamo nel suo ufficio. 
Comincia il briefing. In realtà saltiamo da un discorso all’altro toccando anche l’argomento lavoro, ma in maniera sciolta e confusionaria. Parla con molta calma e serenità. Ho l’impressione che sappia tutto del nord del Congo, pur essendo originario del sud del paese. Lo chiamano Doc, perché ha un dottorato, oppure Coordò perché è il coordinatore. Dice che dovranno chiamare Doc anche me, a me Daniela va benissimo, ma mi pare disdicevole replicare così e taccio. Avere un dottorato non è così ovvio qui. 
E’ a questo punto che gli chiedo se può abbassare la ventola di quel condizionatore che mi arriva dritto al collo. Lo spegne proprio. Troppo. Di lì a poco inizierà a sudare nella sua camicia a maniche lunghe.
L’urgenza è finire certe analisi entro dicembre, ribadisce, per coprire una buona parte della stagione delle piogge appena iniziata. Va bene, sono pronta.

Jey è sotto la porta del nostro ufficio. Dice "Toc toc, Coordò", recitando a voce quindi il gesto di bussare alla porta. Scoprirò presto che qui si usa così, quando non c’è una porta da bussare. E’ la studentessa che seguirò, viene da Kinshasa e mi chiama Madame Daniela. Jey porta una evidente parrucca di capelli lisci color marrone chiaro. Sotto quella parrucca si vedono i riccioli neri tutti serrati in trecce attaccate al cuoio capelluto. Anche questo è così qui. Acconciarsi i capelli sembra una cosa molto importante nell'estetica della donna congolese. E infatti è difficile a volte riconoscere qualcuno che hai già incontrato proprio per questa grande rapidità con cui le donne cambiano colore di capelli. Portano grandi trecce colorate, lunghe extension libere o raccolte a chignon e dentro i turbanti in wax. I negozi per strada vendono lunghi capelli in sacchetti di plastica, presumibilmente roba cinese. Recentemente mi è stato chiesto come avessi fatto ad avere i capelli di due colori. Il fatto è che uno dei due era il bianco della ricrescita, che necessitava imperativamente di essere coperta e di cui mi vergognavo anche un po'. E invece quel bianco era piaciuto. Quel bianco naturale che d'altronde qui stupisce in una donna di 45 anni, troppo giovane perché i capelli bianchi e che pertanto è per forza posticcio.

Il bac per attraversare il fiume Sangha
Jey non riesce a dire molto, sembra anche un po' emozionata all'idea di essere tutti insieme in quell'ufficio. Sbircio nella sua stanza, ha un piatto pieno di banane e arachidi. Mi viene in mente il mio collega Aristide che mi chiamava la primitive per il consumo smodato di banane che facevo a Tana. 
Siamo di nuovo io e il Coordò. Tra non molto andrà in ferie, e pertanto questo è un incontro e anche un arrivederci con passaggio di consegne. Il passaggio avverrà a Kabo, dove si fanno le attività di progetto e per andarci si attraversa il fiume Sangha.

la strada per Kabo
Kabo è ancora più a nord, di fronte al Camerun e più vicino alla Repubblica centroafricana. Il Sangha si attraversa con il bac, una chiatta a cui si attacca una pilotina che ti porta in 4 minuti dall’altra parte del fiume. Da lì si prende la via per Pokola, dove la foresta che si vede da Ouesso inizia a circondarti. Sono 3 ore di strada tutta sterrata, ma piatta e in buono stato. Più si avanza, più il verde domina sul rosso della strada argillosa. Lavoriamo a Kabo, Pokola, Makao, villaggi ai piedi della foresta che si sono popolati per la presenza di quella che qui si chiama la “concessione forestale”, vale a dire una compagnia cui il governo affida il compito di gestire la foresta. A Kabo mi portano subito a vedere il nostro ufficio, mi dicono “andiamo in Madagascar”. Non capisco. Poi scopro che lo chiamano così perché ha la forma di una palafitta senza essere sull’acqua.
A Kabo c’è il minimo indispensabile a volte neanche quello, così quando si parte da Ouesso è bene fare il carico di qualcosa che sia diverso da pane, sardine e vache qui rit. La sera si mangia nell’unica gargotte del luogo, è un’épicerie coi tavoli fuori e le grandi marmittes sul fuoco a legna. La gestisce la moglie di Bej, il nostro assistente. Pesce e manioca, ogni sera. E’ buono, il pesce cambia sempre, ma non sai quale sia, perché la luce sui tavoli non c’è e neanche sotto a quel gazebo dove si sente rumore di bottiglie di birra dei giovani Kabotiani.
la cena a Kabo
Kabo è un posto remoto, col cielo stellato che quasi ti schiaccia quando rientri a casa a buio o con la luna piena o con la torcia del telefono e Bej che ti fa da scorta, non perché è pericoloso, ma perché gli fa piacere venire con te. Per noi la casa è una stanza che la concessione forestale ci mette a disposizione. Al mattino la prima cosa che vedi è il Camerun al di là del fiume.

Nell’ufficio del Doc fa caldo anche per me adesso, vorrei uscire per lasciarlo libero di riaccendere il suo condizionatore. Gli faccio l’ultima domanda però: “Mi spieghi come funzionano le stagioni in Congo? Sono confusa”.
E’ importante saperlo, alla stagionalità è legato tutto: l’agricoltura, il livello di accessibilità a un luogo, la disponibilità di cibo, di corrente elettrica, acqua, internet…

 
 
La risposta è semplice e sorprendente. Mi dice che qui a Ouesso siamo in stagione umida, come aveva sempre detto d’altronde. E così scopro che stando qui sono appena sopra l’equatore, mentre Brazzaville invece si trova sotto di esso. E il mistero è risolto, qui stagione delle piogge, lì stagione secca, per soli 800 Km due climi completamenti differenti. Non so spiegarlo, ma è emozionante, è quel senso di (bio)diversità che si averte sulla pelle, diventato un po’ moda, un po’ rarità.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
La pioggia a Ouesso

 

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