A tutto Est: in Giappone

mercoledì 3 aprile 2013

camera aperta: herat



notizie dall'Afghansitan parte 4

Herat, 2 Aprile 2013


Dopo aver trascorso un'ora e mezzo su un velivolo per solo otto passeggeri, dovendo repentinamente perder quota per distanziare un aereo militare, atterro ad Herat sana e salva e ad accogliermi c'è l'aeroporto costruito dal PRT italiano (Team di Ricostruzione Provinciale) in memoria del Capitano Renzani. 
L'aria è tiepida e la primavera riflette sui tanti pini e alberi che corrono lungo le strade. Le donne si coprono con veli scuri che le arrivano fino alle caviglie, lasciando scoperto solo il viso. Si sente l'influenza della vicina Iran e del deserto del Turkmenistan, anche il paesaggio ricorda la vicinanza di questo paese, con i colli brulli e le case pastorali di paglia e fango. Le motociclette sfrecciano sorpassando tuk tuk coloratissimi appesantiti da un carico troppo pesante. Gli uomini sembrano meno curati, più rugosi, i turbanti più avvolti.
Herat, come molte alte provincie, è stata abusata dai Russi prima e dal regime Talebano poi, dopo la caduta del muro di Berlino. Dal 2005, la provincia di Herat e la città stessa sono sotto il controllo ISAF guidato dagli Italiani.
Non so perché, ma questo fatto mi desta una sensazione strana.
Herat, almeno in apparenza è una cittadina tranquilla, dove i vecchi siedono fuori dalle botteghe, i bambini mangiano il gelato e le signore fanno la spesa. La pasticceria sembra essere una delle più buone del paese.
Ecco, questa descrizione potrebbe ritrarre una delle tante cittadine italiane.

Nella mia agenda ho la visita del centro di correzione minorile, anche questo costruito dai nostri compatriotti. Con un po’ più di critica, varco la soglia dello stabilimento.
Il centro è diviso tra gli "aperti" e i "chiusi". Il settore aperto è vuoto mentre un fracasso giunge dal chiuso. I ragazzi si affacciano da una finestrella piccolissima e vedo i loro occhi curiosi alternarsi per vedere l'ispettore in arrivo: Io.
Non mi piace questo ruolo e vorrei fargli capire che sono dalla loro parte ma non mi è consentito un granché vedere, riesco solo a cogliere un lungo corridoio con un tappeto rosso e un'indicazione con scritto moschea.
116 ragazzi rinchiusi in un corridoio, fatto da 10 stanze.
30 femmine, ragazze madri comprese nell'altra ala dello stabilimento.
I maschi sono dentro per furto, ma spesso perché nell'attesa di essere processati non si sa dove metterli. I fenomeni di bullismo sono all'ordine del giorno, come del resto lo è il mangiare andato a male servito dalla mensa.
Le ragazze sono tutte messe dentro o per adulterio o per "crimine morale" ovvero scappare da casa o fuggire da un matrimonio forzato.
Dopo aver supervisionato emerge il mio lato intransigente, fermo e risoluto, un atteggiamento che riesco ad avere solo di fronte all'abuso verso il debole, verso chi non ha i mezzi di proteggersi.
Chiedo del recente omicidio avvenuto qualche settimana fa: una guardia è stata uccisa con un colpo alla testa, mentre quattro ragazzi cercavano di fuggire.
I quattro sono adesso rinchiusi in una cella a parte e mentre il coordinatore del Programma mi racconta la storia, con il dito indice fa cenno alla tempia come a indicare " quei ragazzi sono pazzi...".
Perché l'aggressività o la ribellione devono essere sempre sinonimo di pazzia?
Colgo un'ignoranza non dettata dal contesto culturale locale, ma globale, comune a tutti quei sistemi che ancora vertono su concetti retributivi anziché riparativi.
Quando si capirà che il reato è frutto di una disfunzione collettiva e sociale? Quando mai si comincerà a coinvolgere vittima, agente e comunità nel trovare la soluzione e comprensione di ciò che ha scaturito l'offesa? Poche ore dopo, intervisto dei ragazzi che hanno scontato la "pena" e sono adesso tornati a casa. La buona notizia è che riesco a ottenere la loro fiducia, dopo che loro fanno a me l'interrogatorio, cosa giusta e buona.

Un ometto di appena 12 anni sorride e fa un disegno che riassume ciò che questo programma è riuscito a fare:

Un giorno io e mio fratello camminavamo per il parco, c'era una folla radunata attorno ad un bambino che era stato picchiato, noi per curiosità ci siamo avvicinati, nella confusione è arrivato il poliziotto e il padre del bambino non sapeva chi era stato e ha incolpato me e mio fratello. Alla stazione mi hanno picchiato. Prima della prigione ero felice, dentro non lo ero, adesso sto un po’ meglio e mi sono ricresciuti i capelli che mi avevano rasato via
Zeudi

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