A tutto Est: in Giappone

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9 ott 2016

tutto chiuso ad Asakusa

appunti dal Giappone, 7 settembre 2016


Sensoji Temple: Kaminarimon - la "porta del tuono
Una mattina abbiamo cambiato idea. Invece di andare al dojo siamo andati ad Asakusa “così ti compri la roba per il matsuri”, mi dice il sensei.
A Ikebukuro abbiamo preso per Ueno invece che per Higashi Shinjuku. Circa 28 km e sei sempre a Tokyo. 
Ad Asakusa c’è il tempio più antico di Tokyo, il senso-ji. Ci arriviamo alle 6:00 e non c’è nessuno. Il sensei ci dice che normalmente il tempio non lo vedi così bene, perché c’è la gente a fiumi che percorre il tratto dalla Kaminarimon, la "porta del tuono” fino alla Hōzōmon la "porta della casa del tesoro". Secondo la leggenda, nel 628 i due pescatori Hinokuma Hamanari e Hinokuma Takenari trovarono una statua d'oro in un fiume. Il capo del villaggio riconobbe la sacralità della statua e decise di conservarla nella sua casa ad Asakusa, opportunamente trasformata in tempio in modo che tutti potessero venerarla.
Tra la porta del tuono e la casa del tesoro c’è la Nakamise dori, una strada piena zeppa di negozi di souvenir, dolci, salatini e tradizione. 
Oggi qui le serrande sono abbassate e mostrano forse il meglio di sé.

Il tempio è imponente, così come la grande lanterna. 
Io e Bolty decidiamo di pagare 100 yen per l’omikuji, un biglietto contenente una predizione divina sulla propria sorte su vita, salute, lavoro e amore. 
Non ci credo, ma ci credo a queste cose e non le faccio mai. 
Agiti un cilindro, peschi un bastoncino, leggi il numero, apri il cassetto col numero e hai la tua predizione. A me è uscita “fortuna” e il biglietto me lo conservo stretto stretto. A Bolty è uscita sfortuna invece, e ha annodato il biglietto al ramo dell’albero. La tradizione vuole che in questo modo la sfortuna si attaccherà all’albero e non a Bolty. 
Però Bolty nel pomeriggio si è rotto il pollice durante l’allenamento...

Asakusa si pronuncia “Asak’sa” perché la u a volte si pronuncia a volte no. Per me e Bolty è “Sacsa” e “Sacsa rubra” quando vogliamo fare arrabbiare il sensei, che non ne può più della nostra resistenza al giapponese.

Il quartiere si sta svegliando piano piano. Sembra un posto più gestibile almeno a vista, rispetto a Shinjuku, dove sei bombardato di luci e insegne. 

Vecchio e nuovo sono in armonia.
Alcuni signori sono in fila per comprare i biglietti del teatro Kabuki che sta proprio di fronte a un “5 piani di cazzate da venderti” con tanto di acquario all’entrata.
Persino la skyline, la torre più alta del mondo, stamani è poetica in mezzo alle nuvole.
skyline e sensoji
Il pennacchione dorato che sta sulla fabbrica della birra Asahi vince sulla pagoda del senso-ji, ma solo perché è coperta per lavori in corso. Un po’ piove, un po’ no.
Scopro che i giapponesi si sono sentiti in dovere di fare una strada con le impronte delle mani dei personaggi famosi. Come in America. La strada si chiama Orange street.
Rifletto e mi chiedo se si piacciono. I Giapponesi intendo. Il sensei dice che mi faccio troppe domande che un giapponese non si fa.  
il parrucchiere chiuso
Le saracinesche iniziano a sollevarsi. Aspettiamo che il negozio del matsuri apra e anche il negozio che fa gli age manju. Palline fritte di vari gusti. Quando tutti aprono, il signore degli age manju non lo fa, è il giorno di festa e il sensei c’è rimasto male.
Mentre arriva la folla, noi riprendiamo la strada per Ueno e ognuno andrà dove dovrà.

Asakusa nei giorni successivi è "tornata" diverse volte tra discorsi e coincidenze. 
Di sabato è impraticabile, non la vedi, è vero. La sacralità la ritrovi nella granita giallo fosforescente del banchino sulla Nakamise. Gli age manju sono buoni davvero e si mangiano lì davanti perché qui per strada non sta bene mangiare.

Ad Asakusa è morto Hokusai, nella sua casa.
Era vecchio e aveva già passato 3 fasi della sua lunga vita artistica. Prima di morire disse "se mi date altri 5 anni, divento un vero pittore".

Se vi capita di andare ad Asakusa allora mi raccomando: al mattino presto e non di mercoledì, che gli age sennò non li trovate.

teatro Kabuki: mercoledi ore 8:00
teatro Kabuki: venerdì ore: 18:00




QUI, le foto di Asakusa al mattino e alla sera


24 set 2016

matsuri (祭り) per un giorno

11 settembre 2016, Tokyo

davanti al Tempio Fuji mae jinja

Tutto inizia quando il sensei torna con una spalla devastata per qualcosa cui ha partecipato in Giappone. Questa cosa ha un nome che non ricorderò per i successivi 4 anni e che di tanto in tanto dovrò farmi ripetere. "Matsuri, e vuol dire festa”.
Il sensei adesso fa parte della comunità del quartiere di Komagome, a Tokyo. Ha la giacca da matsuri con il suo nome da una parte, dall’altra quello del tempio, il Fuji mae jinja.

Cosa fosse un matsuri finora me lo ero solo immaginato, grazie ai racconti del sensei. 
Una sorta di processione, un po’ come quelle del venerdì santo dei paesi del sud Italia. Poi tanta sofferenza fisica dovuta al trasporto a spalla del mikoshi , che ha dei campanelli e orpelli, così chi trasporta deve pure saltellare.
Il matsuri di Komagome
Tokyo
Funziona che varie comunità di uno stesso quartiere hanno un tempio consacrato a un Dio o una Dea. Quella di Komagome è la Dea Amaterasu. 

A me sarebbe bastato andare a scattare delle foto. Il sensei invece mi ci ha iscritto, principalmente in risposta alle mie battute sulla sua carriera sacerdotale nel tempio giapponese (lui che religioso non lo è manco per niente).

Al mattino si va a preparare il carro. Io e LaBi la pulizia ce la siamo risparmiata. LaBi mi ha portato direttamente da Tanuji Shokudo, il ristorante modello kiss-me-licia di Yukio-san e Sakamoto-san. Qui, come in altri posti del quartiere, vengono offerti cibo e bevande ai portantini durante le soste. 
C'è un’americana con la figlia, vivono da 2 anni a Tokyo e sono aduse al matsuri. Poi arrivano due cinesi di Hong Kong, marito e moglie, adusi anche loro. Ne arrivano altri alla spicciolata. Ognuno indossa giacca e l’obi (la cintura) forniti da Sakamoto-san. Ai piedi molti di noi hanno i tabi, le scarpe col dito. 

Al tempio è tutto pronto. Chi in mutande, chi in pantaloni corti, lunghi; i maschioni scaldano i muscoli, mentre le ragazze sorridono e si truccano in un angolo. Belle decise anche loro. 
Il carro d’oro è pronto. Lucidato a festa. Sono due. Uno piccolo, con cui inizieremo il giro (dice l’uomo con l‘altoparlante) e uno grande, che gira solo ogni 4 anni e questo è un quarto anno. Il grande carro sarà portato dai rappresentanti delle 13 comunità del quartiere.

Si comincia. Il signore col megafono dà il via, si battono le mani a ritmo di 3 colpi per 3 volte e si chiude con un solo colpo. Il sensei è già sotto. Io guardo per ora. 
“Is-ssah!”
“Do-rèh!”
Chissà che dicono in realtà. 

Il carro è sulle spalle e gira per le vie. E’ impressionante il contrasto tra il vecchio e il nuovo. Il carro va dove deve andare, nei vicoli, così come nella strada a 4 corsie, con le macchine moderne che gli passano accanto. C’è molta enfasi. Vigili e polizia sorvegliano il traffico e chi non trasporta, accompagna e dirige il carro ed è pronto a dare il cambio. Chi sta fuori è in piena festa e si vede.

Da una parte si osservano display di maschi forzuti, dall’altra si vede la gioia della comunità. Si avverte la potenza del rito che tiene uniti i gruppi sociali, al di là di quello che poi ogni individuo è nella vita normale. Oggi è così. Si sta insieme in questo modo.
Alla prima sosta ci danno dell’alcol, frutta, noccioline, onigiri. C’è chi fuma da una parte, chi fa selfie, foto davanti al carro, incontri e risate. Sembra che il rito abbia rotto le distanze e gli schemi che finora avevo visto a Tokyo.

Quando si riparte c’è ancora più energia e provo a trasportare. Mi metto dietro a uno più alto così da non gravare troppo sulla spalla. Quando quello d’avanti molla, è lì che fa male. Ma se guardo il cielo e grido "Is-sah!" va meglio, anzi mi piace proprio. Per un attimo sono una di loro. Anche se io con loro mi sento di non incastrarci proprio nulla. Sono in Giappone anche per questo: per trovare quello che non sono. Testa su, avanti a saltelli, la vicinanza del sensei mi conforta.
Cambio spalla e piano piano si sciolgono i muscoli e le inibizioni, la paura di fare la cosa sbagliata va via, come va giù la birra che gira alle soste. La spalla duole, il collo tira. C’è dell’eccitazione, talmente tanta che al momento del carro grande scoppiano due risse. Vedo la testa di uno in una fioriera, così acchiappo LaBi e le dico che se è come in Italia la rissa si sparge a macchia d’olio. Invece siamo in Giappone e i due capi rissa vengono presto isolati. Dice che è tutta colpa della eccitazione/competizione per chi vuole stare avanti a portare il carro. 

Siamo tornati al tempio, ma il carro non si ferma. Ricomincia e tocca a noi sole donne adesso. Saltello con loro e cambio ancora spalla. Alcuni maschi vengono ad aiutarci, chi sta fuori fa come l’allenatore di Rocky Balboa.
Ancora pausa e ancora birra. Spiedini, patatine di riso, frutta e fagioli verdi salati (buonissimi). Ho capito, qui finisce che domani il quartiere ha mal di testa. Is-sah e Do-rè sono essenziali adesso che si è più stanchi.
Incrociamo altri gruppi, con rispetto, uno va a destra e l’altro a sinistra. I carri sono simili “ma noi siamo più fighi” penso. Mi sto esaltando. Il capo tempio con il megafono decide che è finita. Si mette davanti alla porta principale e batte i legnetti. Il carro si ferma. Sono passate 8 ore. Chi sta sotto è esausto, ma contento. I maschioni in mutande avrebbero continuato. E’ buio. Dentro al tempio, il discorso finale del “vescovo”.
Fuori, si restituiscono le giacche e le cinture. La gente si saluta e si dà appuntamento al prossimo matsuri.

Adesso tutti a mangiare. Sakamoto-san ha già apparecchiato e Youkio-san è ai fornelli.
Bello.
E' stato proprio un giorno di matsuri.

Grazie sensei.


QUI, l'album dell'evento

foto di Emi Takahashi

5 set 2016

A tutto EST – Tokyo


A EST, NON E' OVEST

Tokyo, 2016


Shinjuku, Tokyo

Soba Restaurant, Shinjuku - Tokyo
Rientro dal lavoro, Shinjuku - Tokyo
Gesso-ji Temple, Musashino - Tokyo
12 ore per arrivarci + 7 di fuso. E’ questa la prima cosa che ti fa percepire che non sei più dov’eri.

Poi, certo, anche gli occhi a mandorla, il kimono e lo yukata e le file perfette per la metro alla cassa al supermercato, al distributore di bibite, al negozio della apple di sabato mattina in attesa che apra, al pesce al Matsuri di Edisu la domenica. Certo, non sei più dov'eri anche per il tempio shintoista e quello buddista, dove puoi anche trovare un dojo di aikido, e poi quel grazie ripetuto senza un bisogno apparente e l’inchino ad ogni sguardo incrociato o soltanto perché esisti. Ma anche più semplicemente, una lingua diversa che ti arriva da sopra e da sotto attraverso le insegne mega-e-manga e scende fino al cervello lasciandoti così davvero...senza parole soprattutto se in quell'est ci sei arrivato impreparato. Tutto è piccolo e si mangia seduti per terra. Niente scarpe in casa e niente macchine parcheggiate. Il clacson, questo sconosciuto.

All’inizio ti senti a Est perché non sei a Ovest e cerchi le differenze.

10 ago 2016

In Bretagna: Giappone e Madagascar


La Gacilly: 10/08/2016




La Gacilly, 2016



Takeyoshi Tanuma - LA MUTATION D'UN EMPIRE
Pascal Maitre - MADAGASCAR: l’île où le baobab est roi

Quelle cose decise all'ultimo che fanno star bene
A prendre note, absolument.

19 ott 2014

"Io sto con la sposa": questione di liberà

E’ un corteo nuziale improvvisato che ha portato un gruppo di clandestini siriani e palestinesi dall’Italia alla Svezia, attraverso vie alternative a quelle del contrabbando per raggiungere la pace.
Laddove la legge contribuisce a negare la libertà, l’Uomo rischia per conquistarla.
Questo fanno i 5 protagonisti già in fuga dal diritto alla libertà tradito: la guerra in Siria e l'occupazione in Palestina.
E’ un film? Un documentario? Un che?
E' una storia documentata di un viaggio di matrimonio.
Non fa una piega questa storia, né si piega a pietismi: ci sono tutte le età, le donne e gli uomini, 3 macchine, 4 giorni e 3.000 km, i telefonini per il via libera ai confini, i vestiti da matrimonio, ci sono gli amici che aiutano nelle zone di passaggio, ci sono le lacrime dell'uomo e il sonno della donna (anziani entrambi e assolutamente palestinesi) e ci sono i racconti in arabo e quell'intercalare yani che ti fa capire che è proprio quell'arabo lì. C’è la musica dal vivo e col telefono; ci sono sempre la musica, il canto, la poesia dette per farsi forza e accompagnarsi in macchina dove si sta stretti per paura e per necessità. C'è la festa, la stanchezza, la paura (forte fortissima), e poi finalmente c’è l’Italia con quel poco di coraggio e solidarietà che le sono rimaste. Infine c’è Tariq, di cui svelo nome ed energia con il video qui sotto.

Tariq fa il rap ed è già shabaab dentro e, come direbbero oggi i ragazzi italiani “Tariq spacca!!!”.



Io sto con la sposa
2014
Soggetto, sceneggiatura e regia
Antonio Augugliaro
Gabriele Del Grande
Khaled Soliman Al Nassiry

Prodotto da
Gina Films

Finanziato da 2617 produttori dal basso