A tutto Est: in Giappone

3 giu 2023

Personaggi: Adamu, il sarto/Adamu, le tailleur

TEXTE EN FRANÇAIS CI-DESSOUS

Ouesso, un sabato di maggio

Adamu, Ouesso
Quando entro nel suo atelier Adamu non c’è. Eppure mi aveva appena detto al telefono che sarei potuta passare a ritirare tutto.
Adamu sta molto attento ultimamente, soprattutto dopo che mi perso una canottiera che avevo portato a riparare. Dice di averla spazzata via quando ha fatto le pulizie. 
"Sarà capitata tra gli scarti dei vestiti preparati per la festa di fine Ramadan." 
Effettivamente i momenti più difficili per sarti di sono la settimana precedente l’8 marzo, in cui confezionano il pagne per le donne e prima della festa del sacrificio, di fine Ramadan. 
Sbagliai i tempi dunque. Per riparare al danno, la canottiera che mi ha confezionato ex-novo me l’ha regalata. 

Adamu l’ho conosciuto perché è il sarto che ha cucito l’abito del mio compleanno dell'anno scorso, regalo dell'equipe. Da allora è diventato uno dei miei sarti di riferimento.

Adamu è ciadiano e ha solo collaboratori uomini nel suo atelier, presumibilmente tutti della stessa famiglia. Ogni volta mi chiede di Ivan, se un giorno tornerà a Ouesso e se poi potrà portarlo con lui in Italia. Ivan lo aveva conosciuto a dicembre e da lui si era fatto fare camice e abiti.

Il suo scagnozzo mi dice di accomodarmi sul canapé di vellutino. Parla il meno possibile, come è abitudine qui. Il tempo minaccia pioggia, sono in bici e vorrei rientrare prima che sia buio perché non ho i fanali. 
Sono tutte condizioni per cominciare a innervosirmi. Ma è inutile, ormai lo so: tempo meteorologico e flusso di ore e giorni qui danno e hanno significati specifici, che forse non comprenderò mai a pieno. Ma questa cosa o me la faccio piacere o la subisco. 
Aspetto, sbircio il telefono, poi mi concentro sulla gente che passa. 
“Danielà!” e compare. E' Adamu, col suo grande sorriso e la cicatrice sulla guancia. Mi batte cinque, scocchia le dita, risplendente nella sua jallabia bianca. 
Mi dice che oggi dimostrò tra i 17 e i 18 anni. Deve essere la camicia verde a righe, un po’ modello scolare? Non risponde. Ovviamente non si parla del suo ritardo, perché per lui semplicemente non lo è. Mi mostra cosa ha fatto per me, c’è bisogno di una rifinitura. Mia nonna l’avrebbe chiamata "impuntura". 

Quando due donne entrano nel laboratorio, Adamu le saluta calorosamente, come fa con tutti. Nel frattempo osservo le sue mani affusolate, che scorrono sul tessuto della tenda che sta sistemando. Come fa ad andare così dritto con la macchina?

La donna che è appena entrata mi saluta. Io educatamente rispondo. Mi chiede se la riconosco. Io ho difficoltà in effetti. Ormai ci conosciamo un po’ tutti a Ouesso e con la storia delle parrucche e dei diversi luoghi che frequento, perdo le fisionomie... Dice che abbiamo fatto le pizze insieme a Bomassa. Ricordo!
Poi lei chiede del ragazzo che le doveva ultimare il vestito. Adamu dice che è tardi e che "Adamu è già andato via". 
Un dubbio mi attanaglia: chi è Adamu allora? In Congo la questione dei nomi è affare delicato. Mi dice che quell'Adamu è “son petit”. Sono figli di madre e padri diversi, abbiamo solo i “parents en commune”. Sono seriamente confusaF, parents in francese vuole proprio dire genitori. Forse si accorge della mia confusione e mi dice che in Chad comunque non puoi sbagliarti, “Ci chiamiamo tutti Adam o Mohamed. Quindi se incontri qualcuno per strada e lo chiami Adam, se non si gira, chiamalo Mohammed e si girerà”.
Annuisco.
Domani ti porto un paio di short da copiare con la stoffa che è rimasta gli dico. 
“Je serai là, inchallah”, reagisce.
Quando ho inforcato la bicicletta Adamu è dietro di me e ha un lecca lecca rosso che spicca sul nero lucido della sua pelle. Ancora quella cicatrice in evidenza. 
Gli dico che è meglio evitare i lecca lecca, rovinano i denti. 
Mi guarda come se fosse la prima volta che sente questa cosa. 
“Ok” dice “Finisco questo e poi non ne mangio più, Daniela. Grazie del consiglio”.

Fosse tutto così semplice.


Ouesso, un samedi de mai

Lorsque j'entre dans son atelier, Adamu n'est pas là. Pourtant, il venait de me dire au téléphone que je pouvais passer tout récupérer.
Adamu a été très prudent ces derniers temps, surtout après que j'ai perdu un débardeur que j'avais apporté pour le faire réparer. Il dit qu'il l'a balayé en faisant le ménage. 
"Il a dû tomber parmi les restes de vêtements préparés pour la fête de fin de ramadan". 
En effet, les périodes les plus difficiles pour les tailleurs sont la semaine précédant le 8 mars, lorsqu'ils confectionnent le pagne pour les femmes, et avant la fête du sacrifice, à la fin du ramadan. 
Mauvais timing donc. Pour réparer les dégâts, le gilet qu'il m'a fabriqué de toutes pièces, il me l'a offert en cadeau. 

J'ai rencontré Adamu parce que c'est le tailleur qui a cousu mon costume d'anniversaire l'année dernière, un cadeau de l'équipe. Depuis, il est devenu l'un de mes tailleurs de référence.

Adamu est tchadien et n'a que des collaborateurs masculins dans son atelier, vraisemblablement tous issus de la même famille. Chaque fois, il me demande des nouvelles d'Ivan, s'il reviendra un jour à Ouesso et s'il peut l'emmener avec lui en Italie. Ivan l'avait rencontré en décembre et s'était fait confectionner des chemises et des costumes par lui.

Son acolyte me dit de prendre place sur le canapé de velours. Il parle le moins possible, comme c'est la coutume ici. Le temps menace de pleuvoir, je suis sur mon vélo et j'aimerais rentrer avant la nuit car je n'ai pas de phares. Ce sont toutes les conditions pour commencer à s'énerver. Mais c'est inutile, je le sais maintenant : la méteo et le déroulement des heures et des jours ici donnent et ont des significations spécifiques, que je ne comprendrai peut-être jamais complètement. Mais soit j'en profite, soit je le subis. 
J'attends, jette un coup d'œil à mon téléphone, puis me concentre sur les gens qui passent. 
"Danielà !" et apparaît. C'est Adamu, avec son grand sourire et sa cicatrice sur la joue. Il me fait un high-five en claquant des doigts, resplendissant dans sa jallabia blanche. 
Il me dit que j'ai l'air d'avoir entre 17 et 18 ans aujourd'hui. Ce doit être la chemise verte à rayures, un peu le modèle de l'écolier ? Il ne répond pas. Bien sûr, on ne metionne pa pas son retard, car pour lui, ce n'est tout simplement pas le cas. Il me montre ce qu'il a fait pour moi, il a besoin d'une coupe. Ma grand-mère aurait appelé cela de la "couture". 

Lorsque deux femmes entrent dans l'atelier, Adamu les salue chaleureusement, comme il le fait avec tout le monde. Pendant ce temps, j'observe ses mains effilées qui courent sur le tissu du rideau qu'il est en train de réparer. Comment peut-il aller aussi droit avec la voiture ?

La femme qui vient d'entrer me salue. Je lui réponds poliment. Elle me demande si je la reconnais. En fait, j'ai du mal. A présent, nous nous connaissons tous un peu à Ouesso et avec l'histoire des perruques et les différents lieux que je fréquente, je perds les physionomies.... Il dit que nous avons fait des pizzas ensemble à Bomassa. Je m'en souviens !
Puis elle demande des nouvelles du garçon qui devait finir sa robe. Adamu répond qu'il est tard et qu' "Adamu est déjà parti ". 
Un doute m'envahit : qui est Adamu alors ? Au Congo, la question des noms est délicate. Il me dit qu'Adamu est "son petit" et qu'ils partagent le mème nom. Ce sont des enfants de mères et de pères différents, "nous n'avons que des parents en commune". Je suis sérieusement troublée, parents en français signifie vraiment mère et pére è ma connaissance. Il remarque peut-être ma confusion et me dit que de toute façon, au Tchad, on ne peut pas se tromper : " On s'appelle tous Adam ou Mohamed. Donc si tu rencontres quelqu'un dans la rue et que tu l'appelles Adam, s'il ne se retourne pas, appelle-le Mohammed et il se retournera'.
J'acquiesce.
'Demain, je t'apporterai un short à copier avec le tissu qui reste', lui dis-je. 
'Je serai là, inchallah', me répond-il.
Lorsque j'ai enfourché le vélo, Adamu est derrière moi et a une sucette rouge qui se détache sur le noir brillant de sa peau. La cicatrice est encore visible. 
Je lui dis qu'il vaut mieux éviter les sucettes, elles abîment les dents. 
Il me regarde comme si c'était la première fois qu'il entendait cela. 
"D'accord, dit-il, je vais finir ça et après je ne mangerai plus, Daniela. Merci pour le conseil."

Si seulement tout était aussi simple.

24 mag 2023

Johannesburg, part 1: quando sei dove volevi essere

ENGLISH BELOW

"Come mi va" è un po' che non lo dico.
Tante cose, ma oggi c'è una cosa fresca fresca che mi preme condividere, prima che passi troppo tempo e mi sfuggano immagini e pensieri, che entrano, mi attraversano e poi prendono una forma che ha un po' il mio marchio.
A fine Aprile sono andata a Johannesburg per partecipare ad un congresso. Con me è venuta Jenny, una ragazza di Kinshasa che fa parte dello staff di progetto da due anni e lì ci siamo trovati con i colleghi dell'altro Congo e del Madagascar per presentare i nostri lavori al primo congresso dell'associazione africana di marketing sociale.

Notte del 27 Aprile 2023, Johannesburg
Studio e cerco di capire come orientarmi. Pare che domani nessuno dei miei colleghi avrà voglia di uscire presto dall’hotel. Io invece sì, vengo fuori da un periodo complicato in Congo e abbiamo fatto qui 4 giorni di congresso e di questa città non ho visto ancora nulla. Metto in "preferiti" un sacco di luoghi trovati su google, sapendo che tanto mi perderò a causa della nullità del mio senso dell’orientamento.
La meta è tuttavia SOWETO, il quartiere dove ha abitato Nelson Mandela prima della sua prigionia ed è una meta che attendo da anni.

28 Aprile 2023, Johannesburg
È successo: quando sei dove volevi essere.
Adesso, nella mia camera a Johannesburg, al sesto piano di un albergo abbastanza anonimo non lontano dall’Universita di Wits che ci ha ospitato per il Congresso e con Nkosi Sikelel' iAfrika (“God bless Africa”, l’inno nazionale sudafricano) in loop.
Cerco di mettere insieme questa giornata che dura da ieri, quando tra cellulare e guide cartacee, comprate nelle piccole librerie che occupano questa città, ho cercato di costruire il mio itinerario.

Taxi-uber. Alla fine, stamani non sono partita da sola. C’è Jenny con me. Da dove siamo noi a Soweto sono 30 minuti di macchina. Le strade a Johannesburg sono grandi e larghe, nulla da invidiare alle autostrade dell'occidente. Man mano che avanziamo, il paesaggio diventa sempre più vuoto, meno mall, meno negozi di macchine e grandi marche. Le case sono più modeste “E' lontano Soweto, Daniela, regardes comment ça a changé l’ambiance”, mi dice Jenny col naso attaccato al finestrino. Ci sono grandi scritte sui muri che non capisco, forse è zulù, forse xhosa o le altre tante lingue di questo posto. Jenny mi fa notare che qui a Johannesburg c’è molta gente che fuma per strada rispetto al Congo. E’ vero. Jenny con le sue considerazioni mi distrae da quella necessità continua di trovare qualcosa di riconoscibile nel mio vissuto. Mi succede sempre quando arrivo in un posto nuovo, quasi a trovare una sponda cui aggrapparmi per non sentirmi persa. Intanto fuori si iniziano a vedere agglomerati di case, sono tutte dalla stessa altezza, sparse in campi non coltivati e secchi. C’è abbastanza gente che popola questo posto, chi sale sugli autobus e chi va a piedi, spariscono i macchinoni e compaiono auto più modeste. E' tutto più modesto qui, Soweto da questa impressione.

SO: South WE: West TO: Township

Ecco cosa significa questo acronimo. Ce lo spiega la guida del museo Hector Pieterson, che è il nome dello studente che fu il primo ad essere ucciso, durante la manifestazione degli studenti delle scuole di Soweto. Volevano l’abolizione della lingua afrikaans nell'insegnamento, a favore di quelle locali. Hector fu il primo di centinaia a morire, dice la guida, portandoci nella prima "sala" del museo, che poi è un giardino interno pieno di targhe per terra, con i nomi e la data del 16 giugno 1976; su alcune invece c'è scritto unknown e indicano i corpi che il governo dell’apartheid non ha mai restituito alle famiglie.
Nel museo non si possono fare foto. Ce ne sono moltissime, tuttavia. Si sentono le voci narranti dei video, che si sovrappongono a quella della nostra guida. E’ un giovane ragazzo che mostra fierezza nel parlare del suo popolo, cita suo nonno, quando ad un certo punto di interrompe per chiedere a Jenny “Are you ok, my sister?”. 
Ci racconta che i non-white per uscire da Soweto e andare verso la città dovevano avere due pass, uno che si chiamava il “ Dom-pass” (domestic pass - detto anche pass degli idioti) che ti permetteva di uscire e un altro che si chiamava “il pass speciale” che ti dava la durata dell’uscita. La guida racconta che tra i vari motivi di uscita c'era quello di andare a farsi una foto di famiglia - per un certo periodo avere una macchina fotografica era vietato. Nel video che abbiamo davanti scorrono proprio delle foto di famiglia: ci sono fratelli vestiti di tutto punto e con baffi sottili, famiglie con i bambini in fila dal più alto al più basso o ancora uomini a torso nudo con muscoli in tensione. Se ti beccavano fuori dal periodo di permesso, ti prendevi da 3 mesi a 6 anni di prigione. 
Per Jenny è la prima volta per qualunque cosa qui, incluso ascoltare il racconto di questa umanità crudele e così crolla per un attimo. Eppure, mi dico, che lei viene dalla Repubblica Democratica del Congo, un posto che non vede pace da 60 anni. Più tardi mi dirà che è diverso.

La visita dura un’ora. Sono esposte le armi che hanno ucciso gli studenti, le foto scattate che furono nascoste per paura della censura o della distruzione e i cartelli usati dai ragazzi nella protesta. In uno c’è scritto “Who is next?” Riferendosi a Hector, morto per primo.
Quello che colpisce me e Jenny sono i sorrisi e le braccia alzate dei ragazzi nelle foto.

Ma è forse proprio la ribellione pacifica che spinge ancora di più la crudeltà di chi si appropria del diritto di uccidere?

La strada che porta dal Museo di Hector alla casa di Mandela non deve essere lunga, secondo quanto ci dice la guida. Tutto dritto, poi girare a sinistra al semaforo e passare davanti a due scuole, la prima è quella dove è stato ucciso Hector, poi continuare avanti e poi sulla sinistra c’è la casa di Mandela e più avanti quella di Desmond Tutu. Ci scappa un sorriso quando realizziamo che lui e Mandela, due nobel per la pace, vivevano nella stessa strada. Sappiamo che è una risata liberatoria dopo quello che abbiamo visto. Ci perdiamo nel quartiere. Scopro che Jenny è peggio di me in quanto a orientamento. Saliamo per una strada con le case fatte tutte di mattoni rossi. E’ tutto molto semplice e quotidiano. Una donna che sta stendendo i panni ci dice che siamo nella direzione sbagliata, che per andare a casa di Mandela bisogna tornare indietro. Così passiamo per altre vie. C’è un caldo secco, il cielo è azzurrissimo, ci sono due operai che bevono una una birra seduti sul marciapiede, i bambini che escono da scuola in divisa blu, i pulmini bianchi che fanno scendere donne con lunghe gonne e sacchi della spesa, così come un venditore ambulante che ha berretti cappelli colorati con scritto Soweto. Ci dicono tutti buongiorno in maniera discreta. Ho come la sensazione che quel posto non sia cambiato molto dai tempi di Mandela.
La casa di Mandela è piena di roba, la sua roba, quella che è rimasta di Winnie, dei suoi figli, i documenti, gli attestati, le foto, i diari, i manifesti, i riconoscimenti, le scarpe, le banconote dei vari paesi con le dediche di chi lo ha supportato nella prigionia. Jenny trova anche quella della Repubblica Democratica del Congo "Quella del Congo Brazzaville non c'è!" scriverà ai nostri colleghi in un messaggio whatsapp. In una teca ci sono le lettre che Mandela scriveva dal carcere, ne poteva scrivere due l’anno, così come le visite, 2 di mezzora l’una. Un’ora l’anno per 27 anni. 
Tutto è sistemato senza troppo criterio. Mi colpisce as esempio una foto di lui che copre il muro della doccia. Nel piccolo giardino c'è l’albero della melaleuca, alle radici del quale sono stati interrati i cordoni ombelicali dei tre figli. Nelle teche, le scarpe. Sui muri, i segni dei colpi di arma da fuoco. A terra, il segno del muro ormai divelto, costruito per protezione. 
Entriamo nella sua camera, ma il letto è quello del figlio, il suo fu bruciato durante un incendio. E poi ci sono le tante foto di lui da giovane fino al momento della prigionia. L'ultima è di lui col cane.

La visita alla casa è meno impattante del Museo Hector Pieterson. C’è più vita che morte qui, anche se non è il museo che mi aspettavo: tanti oggetti e altrettante informazioni tutte insieme, forse troppe rispetto all’idea di un Uomo che nel mio immaginario viveva con poco. Ma lo scopo è evidentemente quello di condividere tutto quello che resta. 
C’è molto andirivieni di turisti, le foto sono ammesse e la gente non si limita nei selfie. Jenny mi dice più volte di essere contenta di pestare il suolo in cui Mandela ha camminato ed io provo la stessa sensazione. Me lo immagino nel piccolo giardino a leggere quei libri che lo hanno reso una delle migliori persone al mondo oppure a discutere con Winnie, che non seppe reggere alla potenza della scelta del perdono di suo marito e se ne separò per gettarsi nelle braccia di Samora Michel, un altro uomo importante.
Girato l’angolo di casa di Mandela, ecco l’unica parte turistica del quartiere: collane, vestiti e cesti coloratissimi. Le torri di Soweto si vedono a distanza, qualche bar straripante di turisti, murales e gente che cerca il modo di fare qualche soldo con chi è venuto da lontano.
Prendiamo qualcosa.

La sera Jenny dice di essere contenta della giornata, anche se è turbata e che non si aspettava tutto questo. Non indago, mi piace ascoltarla senza interferire. Le dico solo di prepararsi che domenica forse sarà ancora più dura, quando andremo al museo dell’Apartheid.
Mi dice di essere pronta. 
Aggiunge che le piace vedere che questo è un popolo che ha reagito, dopo aver vissuto quello che ha vissuto.  Dice di avvertire che qui la rivoluzione è servita ad ottenre i propri diritti e che anche lei viene da un paese difficile e che anche il suo popolo si batte a modo suo e solo che...“solo che noi un Mandela non ce l’abbiamo avuto".

                                                                                                                                [...to be continued]





Il 23 maggio del 1992 Giovanni Falcone veniva ucciso dalla mafia. Lo considerò un piccolo Mandela.

E qui, un po' di storia su questo Inno Nkosi Sikelel' iAfrika 

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'How I feel' hasn't been said in a while.
So many things, but today there is something that I would like to share, before too much time passes and I miss images and thoughts, which come in, pass through me and then take a shape that has a bit of my stamp on it.

At the end of April I went to Johannesburg to attend a conference. With me came Jenny, a girl from Kinshasa who has been part of the project staff for two years, and there we met up with colleagues from the other Congo and Madagascar to present our work at the first congress of the African Social Marketing Association.

Night of 27 April 2023, Johannesburg
I study and try to figure out my bearings. It seems that none of my colleagues will feel like leaving the hotel early tomorrow. But I do, I'm coming out of a complicated time in Congo and we've had four days of congress here and I haven't seen anything of this city yet. I put in 'favorites'' a lot of places found on google, knowing that I will get lost due to the nullity of my sense of direction.
However, the destination is SOWETO, the neighborhood where Nelson Mandela lived before his imprisonment, and it is a destination I have been looking forward to for years.

28 April 2023, Johannesburg
It has happened: when you are where you wanted to be.
Now, in my room in Johannesburg, on the sixth floor of a fairly anonymous hotel not far from the University of Wits that hosted us for the Congress and with Nkosi Sikelel' iAfrika ('God bless Africa', the South African national anthem) on loop.
I've been trying to piece together this day since yesterday, when between mobile phone and paper guides, bought in the small bookshops that occupy this city, I tried to construct my itinerary.

Taxi-uber. In the end, I didn't set off alone this morning. Jenny is with me. From where we are to Soweto is a 30-minute drive. The roads in Johannesburg are big and wide, nothing to envy the highways of the West. As we progress, the landscape becomes emptier and emptier, fewer malls, fewer car shops and big brands. The houses are more modest. 'It's a long way to Soweto, Daniela, regardes comment ça a changé l'ambiance,' Jenny tells me with her nose stuck to the window. There is big writing on the walls that I don't understand, maybe it's Zulu, maybe Xhosa or the other many languages of this place. Jenny points out to me that here in Johannesburg there are more people smoking in the streets than in Congo. This is true. Jenny with her remarks distracts me from that constant need to find something recognisable in my experience. It always happens to me when I arrive in a new place, almost as if to find a shore to cling to in order not to feel lost. Meanwhile outside you start to see clusters of houses, they are all at the same height, scattered in uncultivated, dry fields. Quite a few people populate this place, some get on buses and some walk, the big cars disappear and more modest cars appear. Everything is more modest here, Soweto gives that impression.

SO: South WE: West TO: Township

That is what this acronym means. The museum guide Hector Pieterson explains it to us, which is the name of the student who was the first to be killed, during the Soweto school students' demonstration. They wanted the abolition of the Afrikaans language in education, in favour of local ones. Hector was the first of hundreds to die, says the guide, leading us into the first 'room' of the museum, which is then an indoor garden full of plaques on the ground, with names and the date 16 June 1976; on some, however, it says unknown and indicates the bodies that the apartheid government never returned to their families.
No photos can be taken in the museum. There are plenty, however. You can hear the voices narrating the videos, overlapping with that of our guide. He is a young boy who shows pride in talking about his people, quotes his grandfather, when at one point he interrupts to ask Jenny, "Are you OK, my sister?" 
He tells us that in order to get out of Soweto and into the city, non-whites had to have two passes, one called the 'Dom-pass' (domestic pass - also known as the 'idiot pass') which allowed you to get out, and another called 'the special pass' which gave you the length of time you could get out. The guide tells us that one of the reasons for going out was to go for a family photo - for a certain period having a camera was forbidden. In the video in front of us, there are family photos: there are brothers dressed up with thin moustaches, families with children lined up from the tallest to the shortest, or shirtless men with tense muscles. If you were caught outside the leave period, you got three months to six years in prison. 
For Jenny it is the first time for anything here, including hearing the tale of this cruel humanity, and so she breaks down for a moment. Yet, I tell myself, she is from the Democratic Republic of Congo, a place that has not seen peace for 60 years. Later she tells me it is different.

The visit lasts an hour. On display are the weapons that killed the students, the photos taken that were hidden for fear of censorship or destruction, and the placards used by the boys in the protest. One reads "Who is next?" Referring to Hector, who died first.
What strikes me and Jenny are the smiles and raised arms of the boys in the photos.

But is it the peaceful rebellion that pushes the cruelty of those who take the right to kill even further?

The road from the Hector Museum to Mandela's house need not be a long one, according to the guide. All straight ahead, then turn left at the traffic lights and pass in front of two schools, the first is the one where Hector was killed, then continue ahead and then on the left is Mandela's house and further on Desmond Tutu's house. A smile escapes us when we realise that he and Mandela, two Nobel Peace Prize winners, lived on the same street. We know it is a liberating laugh after what we have seen. 
We get lost in the neighbourhood. I discover that Jenny is worse at orientation than I am. We walk up a street with the houses all made of red brick. It's all very simple and everyday. 
A woman who is hanging out the laundry tells us that we are in the wrong direction, that to go to Mandela's house we have to go back. So we go by other routes. It is a dry heat, the sky is blue, there are two workers drinking a beer sitting on the pavement, children coming out of school in blue uniforms, white minibuses dropping off women with long skirts and shopping bags, as well as a street vendor who has colourful hats with Soweto written on them. They all say good morning discreetly. I get the feeling that the place has not changed much since Mandela's time.

Mandela's house is full of stuff, his stuff, what's left of Winnie, of his children, documents, certificates, photos, diaries, posters, awards, shoes, banknotes from various countries with dedications from those who supported him in his imprisonment. Jenny also finds the one from the Democratic Republic of Congo 'The one from Congo Brazzaville is not there!' she writes to our colleagues in a whatsapp message. In a display case are the letters Mandela wrote from prison, he could write two a year, as well as the visits, two of half an hour each. One hour a year for 27 years. 
Everything is arranged without too much criterion. A photo of him covering the shower wall, as an example. In the small garden there is the melaleuca tree, at the roots of which the umbilical cords of the three children have been buried. In the cases, there are shoes. On the walls, there are the marks of gunshots. On the floor, there is the sign of the now-dismantled wall, built for protection. 
We enter his bedroom, but the bed is his son's, his was burnt during a fire. And then there are the many photos of him as a young man up to the time of his imprisonment. The last one is of him with his dog.

A visit to the house is less impactful than the Hector Pieterson Museum. There is more life than death here, although it is not the museum I expected: so many objects and so much information all at once, perhaps too much compared to the idea of a Man who in my imagination lived with little. But the aim is evidently to share all that remains. 
There is a lot of coming and going of tourists, photos are allowed and people are not limited to selfies. Jenny tells me several times that she is happy to step on the ground where Mandela walked and I feel the same. I imagine him in the small garden reading those books that made him one of the best people in the world, or arguing with Winnie, who could not handle the power of her husband's choice of forgiveness and parted with him to throw herself into the arms of Samora Michel, another important man.
Around the corner from Mandela's house, here is the only touristy part of the neighbourhood: colourful necklaces, clothes and baskets. The towers of Soweto can be seen from a distance, a few bars overflowing with tourists, murals and people looking for ways to make some money with those who have come from afar.
We grab something.

In the evening Jenny says she is happy with the day, even if she is upset and that she did not expect all this. I don't investigate, I like to listen to her without interfering. I just tell her to get ready that Sunday may be even harder when we go to the Apartheid museum.
She tells me she is ready. 
She adds that she likes to see that this is a people who have reacted, having experienced what they have experienced.  She says that she feels that the revolution here was about getting her rights and that she too comes from a difficult country and that her people also fight back in their own way... 'only we didn't have a Mandela'.

                                                                                                                                [...to be continued]





On 23 May 1992 Giovanni Falcone was killed by the Mafia. I consider him a little Mandela.

And here, a little history on this Nkosi Sikelel' iAfrika anthem 


18 apr 2023

Personaggi - Tu comprends un peu?

 ENGLISH BELOW

Lei è Grace, sta a Ouesso, ma non è di Ouesso.
Lavorava a La virgule quando l’ho incontrata la prima volta. La virgule è il bar che sta sulla stessa strada di Marius che fa lo shawarma, della Maman da cui compro la verdura, dei due macellai da cui mi rifornisco, uno per il montone e uno per il manzo e del malewa dei maliani che fanno il riso alla senegalese. E' anche la strada della piazza col grande albero di safou dove la domenica si va a bere e dei camerunensi che vendono gli articoli per l'ufficio, gli ivoriani che fanno i sarti e uno dei tre Salem (i supermercati dei mauritani). 
La virgule ha sempre la musica a tutto volume, impossibile scambiare due parole se ti fermi a prendere una birra. La prima volta che ho visto Grace è stato proprio lì, una sera in cui aspettavamo il riso senegalese. Al malewa fanno anche da asporto, ti porti i contenitori e te ne torni a casa col cibo da condividere in veranda con amici e hai fatto un sabato sera simpatico. Quel giorno con me c’erano il mio amico belga e un tedesco, di passaggio da Ouesso. Il tedesco un po' punkabbestia tutto coperto di tatuaggi colpisce molto Grace. Consumiamo una birra, il tedesco due. Grace passa il tempo con noi e mi chiede di pagargliene una. Funziona così qui, paghi la birra a chi lavora nei posti in cui sei andato a bere. Quando il riso è pronto, ci salutiamo "A la prochaine, Vanessa”. E’ così che Grace mi chiamerà da quel momento in poi, tutte le volte che mi vedrà passare davanti a La virgule.

La rivedrò un'altra volta in quel bar, quando con un collega beninese in missione a Ouesso decidiamo di chiudere la serata con una birra, dopo una cena a parlare di stregoneria e voodoos. Grace ci accoglie calorosamente, “Vanessa, comment vas-tu?” Neanche questa volta la correggo, non riuscirebbe comunque a sentire la risposta, visto il volume altissimo della musica. Troviamo un tavolo un po' lontano dalla cassa. Grace non smette di parlare, è contenta di avere due persone nuove al bar, invece dei soliti clienti fastidiosi, dice. Le offro una birra. Mi dice che vuole lasciare quel bar, aprirsene uno tutto suo e perché no? Lasciare anche il Congo. Mi chiede se può seguirmi in Italia, magari potrebbe restare dai miei o dal mio compagno. Non fa niente se io resto in Congo, lei se la caverebbe con loro. La osservo interagire col mio collega. Lui le dice di essere camerunese, lei gli risponde che non è possibile con quell'inconfondibile accento beninese. Non so se è perché abbiamo bevuto o se è la musica alta, ma mi sembra un dialogo surreale. Grace quando parla interrompe di colpo la frase per dire “Tu comprends un peu?” ...come a cercare conferme, poi in realtà non ascolta la risposta e continua il suo discorso. Lo fa innumerevoli volte, tanto che mi ci appassiono.
Verso l’una, quando ormai al bar ci siamo solo noi, decidiamo di rientrare.
“Au revoir, les amis. Eh, Vanessa! Ne m’oublie pas ! » E come potrei dimenticarla?
Girato l’angolo, mi volto verso il collega e gli dico “Tu comprends un peu?” e scoppiamo in una risata sincrona. Diventa il refrain della serata.

Per un po' di mesi Grace non l’ho più vista a La virgule. Quando una volta chiesi di lei mi dissero che era a Brazzville per un problema di famiglia. La chiamai e mi disse che sarebbe tornata presto. Tra presto e tardi in Congo non c’è differenza. Lo spazio e il tempo sono solo proiezioni. Se ti dicono “Je suis en route, j’arrive" o anche "Sono a zero metri" vuol dire che sono appena partiti, non importa da dove, tanto c'è tempo...e inoltre qui se ti danno appuntamento alle 10, fino alle 10:59 sei in orario.

Così passano i mesi e un giorno Grace mi telefona. Mi dice che è a Ouesso e che non lavora più a La virgule, ma accanto a Ocean du Nord, la stazione dei bus. Le dico che andrò a trovarla. Non so come la prenderà, ma  approfitto anche per dirle che il mio nome in realtà è Daniela. “Ah, ok, c’est bon. Pas de problème”. Ma come "non c'è problema"??

Così domenica l’ho chiamata. Mi dice di aspettarla davanti a Ocean du Nord.
Scende da una macchina col suo sorriso entusiasta. Ha cambiato parrucca, adesso è riccia. Mi dice che mi trova bene e che ho preso qualche chilo, dall'ultima volta. Le chiedo “Quanti?” mi dice “Il giusto per renderti più bella”.

Grace mi mostra il suo nuovo bar. DG Willie, si chiama così. Si è messa in proprio, come avrebbe voluto. 
Ci sediamo e passiamo un’ora insieme. Stavolta è lei a offrire. Discute con qualche cliente che non vuole pagare poi è tutta mia. Il bar è una stanza di 30 metri quadri con un bancone, un frigo e le casse di birra impilate. I clienti di oggi sono quelli che bevono la birra della domenica mattina, per smaltire la sbornia che si trascinano dietro dal venerdì.
Ci divertiamo a progettare cosa quel bar può diventare per occupare sia quei muri vuoti sia la gente che lo frequenta. Ipotizziamo foto, jam sessions e corsi vari.

Ci diamo così appuntamento a maggio - io partirò la prossima settimana per il Sud Africa - decidiamo per un ritrovo al bar con un corso di cucina italiana, tanto per cominciare. “Il faut que je me prépare pour l'Italie, Danielle!»

Beh, Danielle è già meglio di Vanessa. 
"Tu comprends un peu?"

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This is Grace, she is from Ouesso, but she is not from Ouesso.

She was working at La virgule when I first met her. La virgule is the bar that is on the same street as Marius who makes shawarma, the Madam from whom I buy vegetables, the two butchers from whom I get my supplies, one for mutton and one for beef, and the malewa of the Malians who make Senegalese-style rice. It is also the street of the square with the big safou tree where people go to drink on Sundays, and of the Cameroonians who sell office supplies, the Ivorians who are tailors and one of the three Salem (the supermarkets of the Mauritanians).

La virgule always has music blaring, impossible to exchange a few words if you stop for a beer. The first time I saw Grace was right there, one evening when we were waiting for Senegalese rice. At the malewa they also do take-away, you bring your own containers and go home with food to share on the veranda with friends and you have had a nice Saturday night. With me that day were my Belgian friend and a German, temporarily in Ouesso. The somewhat punkish German all covered in tattoos impresses Grace a lot. We had one beer, the German two. Grace passed the time with us and asked me to pay her for one. That's how it works here, you pay for the beer at the places you go to drink. When the rice was ready we said goodbye “A la prochaine, Vanessa”. That's what Grace will call me from then on, every time she sees me walk past la virgule.

I saw her again one evening at the same bar, when with a Beninese colleague on a mission in Ouesso we decided to end the evening with a beer, after a dinner talking about witchcraft and voodoo. Grace greeted us warmly, "Vanessa, comment vas-tu?" I didn't correct her that time either, she would have not be able to hear the answer anyway, given the loud volume of the music. We found a table a little far from the cash desk. Grace didn't stop talking, she was happy to have two new people at the bar instead of the usual annoying customers, she said. I offered her a beer. She told me she wants to leave that bar, open her own and why not? Leave the Congo too. She asked if she could follow me to Italy, maybe stay with my parents or my partner. It doesn't matter if I stay in Congo, she will manage with them. I watched her interact with my colleague. He told her he was Cameroonian; she replied that it was not possible with that unmistakable Beninese accent. I didn't know if it was because we drank a lot or if it was the loud music, but it seemed like a surreal dialogue to me. I realize that when Grace spoke, she suddenly interrupted her sentence to say "Tu comprends un peu?" ...as if seeking confirmation, then she didn't actually listen to the answer and continued her speech. She did this countless times, so much so that I got hooked.

Around one o'clock, when by then there are only us at the bar, we decided to go back in.
"Au revoir, les amis. Eh, Vanessa! Ne m'oublie pas ! " And how could I?
Turning the corner, I turned to my colleague and say "Tu comprends un peu?" and we burst into synchronous laughter. It became the refrain of the evening.

For a few months Grace was no longer seen at the virgule. When I once asked for her, I was told she was in Brazzville for a family matter. I called her and she told me she would be back soon. Between early and late in Congo there is no difference. Space and time are just projections. If they tell you "Je suis en route, j'arrive" or even "I'm at zero meter" it means they have just left, it doesn't matter where, there is time anyway...here if they give you an appointment at 10 o'clock, until 10:59 you are on time.

So, months pass and one day Grace phoned me. She told me that she was in Ouesso and that she no longer works at La virgule, but next to Ocean du Nord, the bus station. I told her I would have gone and see her. Additionally, I didn't know how she would have taken it, but I also took the opportunity to tell her that my name was Daniela. "Ah, ok, c'est bon. Pas de probléme". What?? Was is it my problem, at the end??

So, this morning I called her. She told me to wait for her in front of Ocean du Nord.

She gets out of a car with her enthusiastic smile. She has changed her wig, it's curly now. She tells me that I look good and that I have gained a few kilos since last time. I ask her "How many?" she tells me "Just enough to make you more beautiful".

Grace shows me her new bar. DG Willie, that's its name. She has set up on her own, as she would have wished. We sit down and spend an hour together. This time she is the one offering. She argues with a few customers who don't want to pay then she's all mine. The bar is a 30 square meter room with a counter, a fridge and stacked cases of beer. Today's customers are those who drink beer on Sunday mornings to work off the hangover they've been dragging around since Friday.

We have fun planning what that bar can become to occupy both those empty walls and the people who frequent it. We hypothesize photo exhibition, jam sessions and various courses.

So, we make an appointment in May - I am leaving next week for South Africa - we decide on a get-together at the bar with an Italian cooking class to start with. "Il faut que je me prépare pour l'Italie, Danielle!"

Well, Danielle is already better than Vanessa.
Tu comprends un peu?

19 feb 2023

Come mi è andata a gennaio

Orecchiette, puré di fave, carpaccio di baccalà (questo per la cronaca inventato dal padre ispirato dal mio racconto sul carpaccio di coccodrillo con pepe rosa mangiato in Botswana), foglie di ulivo in salsa di carciofi e arrosto al miele di castagno, entrambi fatti dal cugino chef. Il tutto con "qualche contorno" di rape pari-pari, cicorie cotte e crude, tortino di carciofi di patate e di ogni cosa che madre ritiene necessario alla goduria del palato (che poi lei guarda, mangiando riso in bianco e beandosi della nostra felicità). E per finire mozzarelle and related issues in ogni forma, dalla bufala alla vacca per sciacquarsi la bocca, sennò non vale.
fave e cicora di madre
Piazza Bonasoro tra spri(z)t e crep(e)s
E poi vini del sud e del nord e qualche aperitivo e serata con cocktail in nuovi bar trovati in piazza Bonasoro che fanno sprizt con la z prima della t e crepes con la e aggiunta per il rotto della cuffia, in compagnia di chi, nonostante gli anni che passano, è come se si riprendesse dalla risata dell’ultima volta, magari datata 2021. Poi finalmente la prima cena di classe, dopo 27 anni dalla maturità, dove la semplicità e il piacere di essere insieme l’hanno fatta da padrona. Deve essere l’età che avanza.

A lezione di trucco da Lara
E a proposito di retrouvailles, al rientro verso il nord, due soste importanti. La prima a San Marco Argentano, dove l’ultima volta era 10 anni fa, in piena crisi di coppia e Clé mi disse “lascialo perdere, peggio per lui”. Poi la crisi sanò e nel primo giorno di gennaio 2023 ci siamo ritrovati nel salotto di Clé e Ono, con tanto di rimproveri amorevoli “per tutto questo tempo senza vedersi” ma anche paccheri ai funghi, funghi fritti e rape e sazizza (perché Calabria è delicatessen). A Cosenza, se vi capita, ci sono le opere d’arte da Dali a Modigliani esposte lungo il corso principale, solo che erano incelofanate per via del concerto di capodanno. Con Lara abbiamo ripercorso le strada di Cosenza vecchia con quei dieci anni di più sul groppone che hanno anche il peso di un’amicizia-oltre-ogni-cosa. La sua nuova casa classic-post-moderna presto avrà le mie foto in bianco e nero, così quando le vedrà potrà dire “pisciu lei, in giro per il mondo”.

La sora Lella
A Roma una toccata e fuga per il tempo di un brindisi di un capodanno ritardato con altri amici importanti e di una foto della Sora Lella disegnata sui muri di Trastevere.
E questo è solo l'inizio dell’anno, tra Mesagne e Pisa, tra baci e abbracci e la voglia di fare le cose belle, come finire After life season 3 mentre Mic fa il pisolino sul divano dietro di me e ti senti a posto tuo.

In acqua al “bagno di befana" edizione 2023 (la prima dopo il COVID) abbiamo riunito proprio tutti, anche chi sulla traiettoria Mesagne-Vicenza ha fatto uno stop a ovest per un tuffo invernale e il rituale della pasta e ceci di Mic e del dolce di Elle, che è alla quarta edizione di crème caramel da sogno.

"Bagno di befana": prima e dopo.

Sono andata al mio dojo due volte. Una delle due è venuto Dem, una persona speciale da 30 anni. Di passaggio da Pisa, con la sua proverbiale discrezione è entrato in palestra e anche nell'intimo di una parte della mia vita che non aveva mai ancora visto da vicino. Non so se si renderà mai conto di quanto sia stato importante per me esserci così.

Aikido...

E poi il volo, dopo la notte a Firenze dalla sister, che saluto sempre per penultima, prima di passare ai controlli dei bagagli e il « fai ammodo, Gamena » di Mic.
Sul Parigi-Brazzaville abbiamo rischiato di non partire. Una donna incitava a un "soyez rebelles!" il gruppo di congolesi presenti per reagire all’estradizione di un compatriote africaine .

Quando ho messo piede a Ouesso ho ritrovato la casa vuota. Bodyguard ha dato le dimissioni. È tornata sul campo, come le piace. Peccato, ci eravamo trovate nei due differenti concetti di ordine militare e mediterraneo. Così siamo di nuovo io e Ous, io nella grande casa e lui nell'annexe. 

A Ouesso siamo nella courte saison sèche che è il periodo più bello dell’anno, dura fino a marzo. Il cielo è blu, la Sangha si ritira e ci possiamo fermare sui banchi di sabbia e passare la giornata durante i nostri giri con la Piroga che papa Modeste ci tiene lungo il fiume.
Stavolta eravamo in 10, per salutare Yorick che torna in occidente. Quei bei momenti che non si dimenticano. Yorick mi mancherà, lo so già. Per ora con me ho tutti i bei momenti condivisi e anche Nola, il cane che è tornato nella grande casa per un po' prima di andare a Bomassa.

Qui sotto c'è il video del rientro dalla gita in piroga. La canzone non l’ho messa io, giuro. È Ous che la adora. L’ha messa in loop durante tutta la gita.


Ci vediamo a Marzo!

31 gen 2023

Come mi è andata a novembre e dicembre

Volati. Come sempre stessa sensazione di pieno e di velocità. Novembre è iniziato col weekend di tutti i santi. L’ho fatto a Bomassa, la base del parco Nouabale Ndoki, dove ho trovato i diversi sottogruppi di amici e colleghi che abitano dispersi nelle varie sedi nel nord del Congo, che per arrivarci ci puoi mettere da 1 a 5 ore a piedi o 7 in piroga.
Bomassa è l’ideale per pause brevi se vuoi un’immersione completa nella natura. Mi hanno dato di nuovo la grande tenda che sta sulla piattaforma, così l’elefante non ti ci entra dentro.
Bomassa: piante per Song!

Accanto alla mia tenda c’è quella in cui ci sta Song. Song è finlandese quindi bionda e zigomi alti - ça va sans dire - parla 7 lingue, mia coetanea (finalmente!) sempre scalza se può, le piace il gin and tonic. Song si occupa di turismo. Si fa le tabelle per tutto, così sulla carta sa quello che deve succedere se qualcuno prenota un giro turistico, nella pratica invece si confronta con altri imprevisti. Song prima di qui era a Gibouti e ancora prima è passata dalla sicilia e da livorno e questo si vede nella sua reazione immediata all'ironia di noi expat mediterranei di qui.
Con Song un giorno siamo uscite con la cariola e il macete  a prendere un po’ di sottobosco per creare un piccolo giardino davanti alla sua tenda, in piena foresta equatoriale. A dicembre ho fatto il check ed era quasi tutto morto, tranne l’aloe.
Poi una sera al parco hanno proiettato «Gorilla nella nebbia » e io e Vitto ci siamo chieste perché. La Weaver doppiata in francese poi non si poteva sentire. Ma ogni primatologo ha amato quel film in qualche modo, quindi ok.

A novembre ho giocato con gli allevatori dei villaggi del progetto. E’ un gioco di carte che serve a imparare le regole di base per fare un buon allevamento. 
Gioco con gli allevatori di Leme
Il gioco consiste nel far aumentare la dotazione di capre e pecore di partenza. Si pesca una carta e può arrivare il cane randagio che ammazza tutto, il ladro del villaggio che ti ruba tre pecore, la malattia che si propaga. Così bisogna investire in costruzione di stalle, parchi di quarantene, vaccini, mangimi...Io all’inizio nella squadra ero “Madame la Coordinatrice”, poi alla fine della partita, Daniela-e-pacca-sulle-spalle; a dimostrazione che il gioco facilità le relazioni sociali oltre che imparare facendoti scompisciare. A Leme ha vinto una donna, che all'inizio non voleva neanche giocare e invece poi saltava di gioia.

A Ouesso Bodyguard ha reso la casa un grande spazio funzionale e accogliente. Il fornetto è finito in cucina dal soggiorno, lo studio orientato verso la finestra, le tovagliette per mangiare coprono e abbelliscono i vari mobili, in giardino la raccolta del compost – tana di topi - è diventata un grande vaso per gli avocado che hanno attecchito.

Io ho contribuito all’abbellimento della casa con un grande quadro fatto da Alain, il mio amico pittore, che raffigura un grande elefante rosso su sfondo verde e giallo, che poi sono i colori della bandiera del Congo e del panafricanismo. Alain ve lo avevo raccontato qui un anno fa circa.

Gli ospiti di questi mesi sono stati Sam, Boo e il mio amico Ivan.
Con Boo e Sam non ci eravamo mai viste, se non su zoom e quando sono scese dalla macchina ho dato loro una taglia.
Boo sa tutto di zoologia, tutto. Noi infatti diciamo che «Boogoliamo » quando abbiamo qualche dubbio. In pochi minuti la risposta arriva con tanto di articolo scientifico a supporto. 
Sam invece è la maga della statistica. A loro ho preparato il pollo Sasso, quello del progetto, uno di quei pulcini che arrivarono 4 mesi fa dal Rwanda, insomma... Me lo ha venduto Mme Pierrette, che quando lo ha sacrificato, poi ha dovuto consolare la sorella che se n’era affezionata.
Sam&Boo

Con Bodyguard va bene. Siamo molto diverse, ma complementari. Lei organizza dentro casa, io fuori. Un giorno l’ho portata in giro per Ouesso. L’ho introdotta alle persone chiave: Regine, Rudolf, gli amici del ristorante senegalese, Marius dello shawarma e qualcuno del judo. Siamo state anche due volte al Rubis a ballare e ci siamo scatenate. Non so se continuare a chiamarla Bodyguard o James Bond.

Direzione per Kazungula

Tra novembre e dicembre ho preso 10 voli, 7 dei quali per una riunione tecnica in Botswana. Ero a Kasane, dove Mic aveva vissuto 30 anni prima. Il mio albergo era a 5 minuti da casa sua. Pazzesco. Dal Botswana si vedeva la Namibia, come dal Congo vedo il Camerun e anche lì c’era un fiume nel mezzo. Ultimamente sono sempre ai confini. Che significa?
Eravamo una 50ina e anche in questa occasione ho dato una taglia alle persone con cui lavoro a distanza da più di un anno. La sera facevo spesso gruppo coi 4 italiani presenti, così per riposare un po' il cervello dalle barriere linguistiche e ridere a crepapelle davanti al cartello della città di Kazungula, mentre tutti ci chiedevano perché. 

Poi a dicembre è venuto Ivan a trovarmi. L’ho portato in giro tra luoghi del progetto e luoghi turistici, che poi in parte coincidono.
A Mondika!
Siamo stati a Mbeli e Mondika, due siti per vedere elefanti e gorilla. Abbiamo guadato il fiume per 40 minuti all'andata e 40 al ritorno e navigato in piroga in 6 con i bagagli. Poi a Ouesso, io lavoravo e Ivan girava per le strade a guardare, parlare, osservare, cercare e soprattutto scoprire. Ad Alain ha commissionato circa 4 quadri e a Kabo gli autoctoni gli hanno fatto lo sgabello che gli abbiamo regalato per il compleanno.
Il giorno della sua festa era anche la finale della partita dei mondiali, dove i congolesi alla fine hanno tifato Francia perché nel team sono tutti “nos frères”.

Il 23 dicembre ero in aeroporto a Brindisi per chiudere l’anno in Italia "ed è subito pettola e baccalà" per la vigilia, come la tradizione pugliese vuole. Ho fritto io con applausi del padre, che evidentemente non aveva mai testato le mie abilità di friggitrice umana. L’accesso alla cucina di famiglia d'altronde è interdetto da personale più esperto, cioè la madre e prima ancora lo era dalla madre della madre.

Anteprima di "come mi è andata a gennaio ". Prima foto del 2023 😉



23 gen 2023

A Gamboma

Malombo à Gamboma

A Gamboma mi hanno invitato ad assaggiare un nuovo frutto.

Gamboma è anche chiamata Game city, "è più alla moda 😎 ", mi dice Ruben. All'ingresso della città c'è un monumento che rappresenta una coppia di persone che si tengono per mano, ma nessuno sa dirmi chi siano.
Gamboma è tra Brazzaville e Ouesso e di solito approfitto per fare la spesa al mercato. Come sempre vengo sorpresa da un gruppo di donne e bambini che vogliono vendermi patate dolci, avocado, ananas... Me ne libero il più gentilmente possibile. Sono felice di vedere che è la stagione dei safou, del frutto della passione e degli asparagi selvatici e infatti li compro. Con dietro questa fila di persone che vogliono vendermi di nuovo quello che ho già comprato, arrivo dalla donna che invece vende noci di cocco. Ha un vestito con dei colori che mi catturano ed è per questo che decido di comprare da lei.
Mentre ero in piena contrattazione del prezzo, sento qualcuno che mi tocca le spalle con insistenza. Mi volto. È un uomo che fissa il vuoto, mi sta chiaramente chiedendo dei soldi. Questo è il momento difficile in cui il cervello e il cuore si prendono a botte. Di solito non si danno i soldi per strada, un'abitudine che noi bianchi abbiamo tuttavia creato, ma è qualcuno che guarda il vuoto, non ha nulla da vendermi, né è in grado di sentire ciò che dico. Si allontana e raggiunge la nostra macchina, per fare la stessa cosa ai due colleghi con cui viaggio.
La donna mi offre di comprare questo frutto con la buccia gialla. Vuole che lo assaggi. Lo apre e ne esce un cuore rosso intenso, con piccole venature. "Sembra un piccolo cervello" le dico. La donna non capisce e non reagisce. Ripeto la storia del cervello, ma niente. Mi arrendo e ora invece penso a una vagina. Continuo a esitare ad assaggiarlo, con tutte queste immagini di parti del corpo umano che mi vengono in mente! Per convincermi mi dice che è buono. 
Le prendo la mano e mangio il frutto morbido. E' asperrimo come un limone. Faccio un'espressione con il viso che fa ridere tutti. Così a Gamboma troviamo il nostro breve momento di felicità.
Quando chiedo come si chiama il frutto, la maman con il bel vestito colorato mi dice "si chiama frutto selvatico, maman".
E ora è il mio turno di ridere a crepapelle. Loro di conseguenza.
Pago e me ne vado.
E j'adore.

PS
SaintPat, uno degli autisti, mi dice che il nome del frutto è Malombo

6 nov 2022

Come mi è andata a Ottobre




















In Congo, quando al mattino esco per andare a lavoro il guardiano mi chiede "C'est le départ ?"
E quando rientro la sera "C'est le retour ?"
Il 16 ottobre ho preso l’aereo dall'Italia per il Congo e mi sono detta « parto. » Poi in aereo ho cominciato a pianificare tutte le cose di questo « ritorno».

La pausa in Italia è stata necessaria. 
Prima di arrivarci sono passata dalla Tanzania, dove c'ero stata nel 2006, nel mio primo giro in Africa sub-sahariana. L'aereo fece uno scalo di 30 minuti a Zanzibar per poi dirigersi verso Dar Es Salaam. E rimase la voglia di quell'isola inesplorata. Dopo 16 anni eccomi a Zanzibar con Mic e Mari che lì ci ha abitato per un po', circa 30 anni fa. A Zanzibar ci si va per le grandi spiagge a perdita d'occhio e le barche tipiche, le tartarughe, i colobi e i Masai con cui negozi scrivendo il prezzo sulla sabbia. A Stonetown invece si vede la storia di questa capitale del sultanato di Oman: i palazzi, le moschee e le porte indiane in legno intarsiato. Noi abbiamo visto una cosa bella, che andrebbe inserita nel circuito turistico. Siamo andati dal fotografo da cui 30 anni fa Mic si faceva fare le foto di famiglia da mandare come cartolina natalizia in Italia. Il fotografo era ancora lì, nel suo negozio di foto in bianco e nero e lui e Mic si sono riconosciuti.
il fotografo di Zanzibar - Yashica Mat124 
la foto di famiglia

Poi finalmente verso l'Italia da cui mi sembrava di mancare da un tempo infinito. Ho fatto un concentrato di luoghi, persone e cose tra famiglia, amici, mare, aikido, bevute e ho sentito quanto il Mediterraneo sia la radice che mi tiene salda ovunque.

Poi il posto 42B di Air France del volo delle 6:30 del mattino del 16 ottobre, con una partenza incerta fino all'ultimo perché il test COVID io non l'avevo fatto e invece ci voleva. Ma io di controllare, manco per niente. La mia psycho avrebbe detto che il subconscio non smette mai di lavorare e che forse non volevo partire.
Mi hanno salvato il decreto congolese, che stabiliva la fine dello stato di emergenza nel paese, un po' di diplomazia al check in e una sorprendentemente gentile dipendente di airfrance.

All'atterraggio, orribile stavolta, non ho messo Hello di Adele come ogni volta. Forse è per quello che è stato orribile. A Brazzaville ho trovato il cielo grigio e il freddo del bizzarro inverno del sud del Congo. Il dojo accanto all'ufficio ce l'hanno tolto perché non pagavano il mese e invece quello fighissimo dell'ex Ministro è sempre lì e abbiamo fatto lezione nella penombra perché era saltata la corrente.
Maman Ro è morta e così Brazzaville ha perso il miglior ristorante della città. A Maman Ro piaceva mischiare cucina congolese con un pizzico di altri paesi. Tipo nel saka-saka lei ci metteva la melanzana. Ma la cosa bella era che il ristorante era il giardino di casa sua e ce ne tornavamo sempre con i tupperware pieni, perché il cibo era sempre molto di più del necessario. 

Poi finalmente Ouesso.
Quando siamo entrati in casa con il pickup ho scommesso che ci fosse Regis di turno a fare il guardiano. « Madame, ora basta partire », mi ha detto.
La casa finalmente si è riempita di nuovo. Adesso ci sono due nuovi collocs : Ous e Bodyguard e vediamo cosa sarà. Ous viene dal Niger e il sabato dal suo annex escono gli odori del cibo di Africa dell'ovest che prepara per la settimana. Bodyguard invece è francese ed è appena arrivata ed è ancora tutta da scoprire. Nel frattempo in mia assenza ha dato ordine alle cose nella grande casa. Io non vedo l'ora di contribuire al cambiamento con il mio nuovo trapano Bosch, che a Ouesso di trapano ce n’è solo uno in condivisione tra i vari menuisiers.

Poi una notte è scattato l'interruttore della corrente. Ci sono voluti 2 giorni di elettricisti scalzi, che volevano salire sul tetto senza scala passando da un buco fatto nel soffitto, per poi capire che il problema era una delle 7 nuove lampadine che i guardiani avevano fatto mettere in esterno « pour mieux vérifier pendant la nuit, Madame ». Ora però se ne devono far bastare 6.

In ufficio non ho fatto in tempo ad aprire la porta della mia stanza che subito mini-Maman-Esther si è infilata, spingendo e scusandosi perché aveva fretta di togliere la polvere di più di un mese. Coordo mi ha accolto con un «voilà la voyageuse» e l'équipe, tutta intorno al grande tavolo, con il solito sorriso silenzioso ad attendere che sia io a dire il primo « ça va ».

Nel frattempo i pulcini venuti dal Rwanda sono diventati polli e Mme Pierrette ne ha cotto uno con le patate. Ha detto che è proprio buono, saporito e tenero, ma anche che ha dovuto consolare sua sorella che al polletto si era affezionata. E a proposito di polli, il beninese che fa gli shawarma adesso fa anche l'hamburger di pollo, ma li fa ancora con i polli che arrivano congelati dal Brasile. Non l'ho ancora provato.

I ravioli a Ouesso
La grande novità di fine ottobre è che Clém, in missione nel nord, è venuto da Brazzaville con la macchina della pasta e abbiamo fatto i ravioli. Clém li conosce tutti i ravioli del mondo, ci sta facendo proprio uno studio e questi li abbiamo fatti un po' secondo lo stile fusion di Maman Ro, ossia con oseille e cacioricotta fresco fresco di Puglia .

Ogni boccone un moto di gioia e incredulità per i 56 ravioli fatti in 3 ore da due italiane e un francese, in quel paese che nessuno conosce e che quando dici Congo per tutti è sempre quell'altro.