A tutto Est: in Giappone

6 mag 2013

camera aperta: Arrogance dal Kurdistan

Notizie dal Kurdistan iracheno 

la cittadella
ristorante "da Farouq"

il commerciante di vestiti
Fraydun e Mr Murthada

l'acquario con metafora

Abbiamo un nuovo ospite, si chiama Arrogance
Ho insistito io perché entrasse in camera aperta. Arrogance viaggia per lavoro attraverso gente e luoghi remoti. Circa una volta al mese va nel Kurdistan iracheno portando con sé la sua xolaroid… 

Dove sei?
Adesso? A Erbil, è una delle tre province dell’Iraq a maggioranza curda. Queste province vivono sotto uno statuto speciale, insieme fanno una regione tutta curda. Sto mangiando al ristorante "Farouq" dopo aver fatto un bel giro in "cittadella".

E che è?
La Cittadella? Ma come! E' patrimonio dell'Unesco!!! (mi sa...) è il centro storico di Erbil che si affaccia sulla piazza moderna (che è tamarrissima, così tamarra che è bella). Vedessi il suk. E vedessi da chi ho comprato i pantaloni curdi. Lo so che vuoi che ti dica il suo nome, ma non lo so, già è tanto che sia riuscito a barattare questa xolaroid di primo piano con pellicola tirata a 4250, si dice così, no?
Non proprio, ma va bene lo stesso.

Con chi sei?
Sono con Mr Murthada e Fraydun. Fraydun è l’autista di Mr Murthada, vengono entrambi da Suleymania, la seconda città del Kurdistan iracheno. Mr Murthada (arabo) è un ingegnere idraulico che ha lavorato 35 anni al Ministero delle risorse idriche di Baghdad, ma dal 2005 è dovuto andare a vivere a Suleymania altrimenti a Baghdad lo accoppano. Anche Fraydun (curdo) viene da Suleymania ed è l’autista di Mr Murthada.
Mr Murthada mi aiuta quando vengo da queste parti, mi da’ una mano ad organizzare gli incontri con le autorità locali. Mr Murthada nel tempo libero è un pittore, dipinge quadri nella notte, aiutandosi con pinte di birra e sottofondo musicale molto variegato. Ha una sensibilità artistica e balbetta paurosamente, soprattutto quando parla al telefono. E' molto gentile.

Si mangia bene da Farouq?
Sì, abbastanza. Ma quello che voglio dirti è che poi sono andato in bagno e ho visto un acquario, ho preso la xolaroid e ho fatto 4 foto. Una di queste te la do', mi dice qualcosa, mi sa che è una metafora di qualcosa, ma non capisco ancora bene cosa, si manifesterà. 

Ce lo dirai quando accadrà?
Forse. 

Con Arrogance bisogna andarci piano, se si sente troppo coinvolto, poi ci molla.

25 apr 2013

25 aprile 2013

Maratona dei popoli
ingredienti:
popolo
banda
taralli
frise
pomodori
volontà
bella ciao
 
 

23 apr 2013

prove di luce

quando decide che non deve entrare:







quando decide che deve entrare:






a Marrakech 
con la yashica electro 35GT

15 apr 2013

cronache dal MEN: i miei appunti









Dal mio taccuino, prima-durante-dopo:


http://annibarsoum.wordpress.com/2013/02/01/festival-of-film/
Behind me olive trees di Pascale Abou Jamra (Libano, 2012). 
Tornati al loro villaggio di origine nel sud del Libano dopo dieci anni trascorsi in Israele, Maryam e il fratello si ritrovano circondati da ostilità e sospetti, per il fatto di essere figli di un agente del “Lahd”, che aveva collaborato con l’esercito israeliano prima della liberazione del Libano nel 2000.
Borderline people, lo riassumo così, chi sta al confine a volte ci resta: né di qua né di là.








Tale of two Syria di Yasmin Fedda (Siria, Uk, 2012)
Girato prima dello scoppio della rivoluzione, il film offre uno spaccato della vita quotidiana in Siria di due uomini: un fashion designer iracheno alla ricerca di una sistemazione nella capitale Damasco, Salim e Botrous, un monaco appassionato di calcio che vive in uno sperduto monastero a Mar Musa.
E' l'ironia del popolo arabo che mi fa impazzire. Il designer, Salim, fa anche il sarto e ha un "amichetto" che presto andrà negli States. Salim per l'occasione gli cuce una camicia, ma l'amichetto quando la prova gli dice che lo scollo è troppo largo che il resto è troppo stretto, insomma che "fascia" troppo che...ma Salim insiste col dire che invece l'effetto finale è bello, che sta bene, che la camicia disegna perfettamente la silhouette del suo corpo che..."questa si chiama panza" lo interrompe l'amichetto. Pochi hanno riso, i molto, perché Lara si sarebbe espressa allo stesso modo...

Nessa di Loghman Khaledi (Iran, 2012).
Come tante giovani donne di tutto il mondo, Nessa sogna di diventare un’attrice famosa. Dopo diversi anni di gavetta, si conquista un ruolo da protagonista. Tuttavia, nella piccola e conservatrice Kermanshah, città del Kurdistan iraniano, la scelta di Nessa diventa fonte di vergogna per la sua famiglia.
Le scritte sui muri per "dirsi" qualcosa, ovunque nel mondo
La voglia di migrare pure.
Qui Loghman risponde ad alcune domande.


Al Intithar (waiting) di Mario RIzzi (Italia, 2013)
La vita di alcune donne siriane a Camp Zaatari, il campo profughi siriano nel deserto giordano. Oggi i rifugiati sono già 45.000.
Vale lo stesso la parola "attesa" quando non sai cosa tu stia attendendo?

 









Just play di Dimitri Chimenti (Italia, Francia, Palestina, 2012)
C’è un’associazione culturale che da 10 anni porta le sue scuole di musica in un territorio che dai campi rifugiati del Libano arriva sino alla Striscia di Gaza. Il suo nome è Al Kamandjâti, vi lavorano insegnanti di tutto il mondo e raggiunge migliaia di bambini. Per Al Kamandjâti, l’educazione musicale non è solo il miglior mezzo per proteggere la vita, ma anche il più efficace tra gli strumenti di resistenza.

Che senso ha suonare Bizet tra le sbarre di un check point? Qual è la posta in gioco?
...quello è il checkpoint di Qalandya che separa Ramallah da Gerusalemme.
...quei cancelli rotanti, il capo li chiama gli spenna-polli.
...lo sento il capo dei capi che riesce a farmi ridere anche quando mi racconta dello spenna-polli. Ma se rido, questi in platea che pensano? Che dicono?
...la Prof di musica nel film dice che lei non è disposta a perdonare, troppo presto, per questa vita non pensa di farcela. Lo faranno le prossime generazioni cui lei ha insegnato ad amare attraverso la musica.



Facing mirrors di Negar Azarbayjani (Iran, Germania, 2012) 
E' lamicizia di due donne agli antipodi attraverso un viaggio in taxi. Rana, una giovane madre costretta dal bisogno a guidare il taxi del marito in carcere, e Adineh, transessuale in fuga dalla sua ricca famiglia, è destinata ad un matrimonio di convenienza imposto per nascondere lo scandalo della sua esistenza.
la produttrice, le attrici e la regista presenti in sala - Lumix FZ28

Il film ha preso il premio del pubblico...e la seconda da sinistra è lei:
progetto "listen" di Newsha Tavakolian













Casablanca mon amour di John Slattery (USA, Marocco, 2012)
Un road movie che indaga la lunga relazione tra lo star system di Hollywood e l’immagine del mondo arabo. Il film mette in discussione la visione patinata ed esotica del Marocco, ricostruita attraverso gli sfondi di alcune delle più famose pellicole del cinema americano, da Guerre Stellari al Gladiatore. Armati di videocamera, due ragazzi marocchini raccolgono interviste, raccontano le loro impressioni, e ci restituiscono l’immagine di un Marocco fuori dai luoghi comuni.
Mmha, il regista ce l'aveva l'idea, ma renderla non gli è riuscito poi così bene.


The cutoff man di Idan Hubel (Israele, 2012)
Spinto dalle difficoltà e dalla paura di restare disoccupato, Gabi accetta l’ingrato lavoro di tagliare l’acqua a chi non paga la bolletta. Ogni giorno, seguendo le segnalazioni del municipio, si presenta a casa di qualcuno e per una cifra miserabile porta via il rubinetto. Gabi è temuto, sbeffeggiato e odiato..
A metà film mia sorella mi guarda malissimo (io sono al quinto film della giornata, lei al primo) "Mamma mia che pesantezza...l'idea è bella però che sonno, ma il prossimo è quello dell'olivo, vero?"
"Sì, vedrai che con quello ci ripigliamo"
"Tu comunque sei pazza che sei qui da stamattina, l'ho già detto a mamma" 

Zaytoun di Eran Riklis (Israele, Uk, Francia, 2012)
L’ultimo film dell’acclamato regista del Giardino di Limoni, l’israeliano Eran Riklis, che ha come co-protagonista la star di Hollywood Stephen Dorff. Durante la guerra in Libano del 1982, un aereo israeliano viene abbattuto e il suo pilota, Yoni, catturato. Un ragazzino palestinese, Fahed, cerca di aiutarlo a fuggire, sperando che lo riporti nel villaggio palestinese da cui proviene. Per i due nemici inizia una fuga piena di pericoli e insidie, attraverso un Libano sconvolto dai combattimenti, ma che li portera’ a stringere un legame umano profondo, il cui simbolo e’ l’alberello di olivo (zaytoun) che il ragazzino porta con sé.
Dorff è proprio bello, il film è proprio americano, ma si guarda con lacrimuccia.

Parviz di Majid Barzegar (Iran, 2012)
Parviz ha 50 anni e vive ancora con il padre. Quando quest’ultimo decide di risposarsi, è costretto a lasciare la sua casa e si ritrova a vivere un’esistenza solitaria, tra mille difficoltà’, lontana dal suo quartiere e dai legami umani che ha costruito in una vita. Alla fine (?) troverà la sua via per riscattare tutte le ingiustizie subite.

Tutto il film è segnato e sta nel respiro faticoso di Parviz, nell'aria che gli manca. Arriva come un film sulla colpa che la società ti attribuisce quando nella vita non scegli. E se Parviz non potesse scegliere? Sarebbe una colpa lo stesso?

The boxing girls di Ariel Nasr (Canada, Afghanistan, 2012)
In una palestra dello stadio di Kabul, dove non molto tempo fa i talebani lapidavano le donne, un gruppo di ragazze insegue il sogno di dare all’Afghanistan la prima medaglia olimpica nel pugilato femminile
Al festival hanno sottolineato più e più volte il fatto che, dei Paesi in questione, hanno voluto mostrare piuttosto la vita quotidiana. Da questo punto di vista the boxing-girls è perfetto.


Insomma, non vedo l'ora che arrivi quello dell'anno prossimo. Ormai la strada la so, ho le coordinate GPS dello Stensen e dell'Odeon nel DNA. Quando entri nei cinema del festival ti sorridono tutti, sono volontari che vengono da tutta Italia per fare esperienza, perché appassionati di medio oriente, per guardare i film gratis, per fare gli aperitivi (come ha detto una ragazza di Padova) e per vedere Firenze. Già...Firenze, è sempre così piena di gente che non ci fai neanche caso a tutti quelli che “scansi” per arrivare in tempo, lo fai e basta e le vetrine per le top model anoressiche, quelle pure, sono colori e luci che ti indicano che alla prima a destra c’è l’odeon.








7 apr 2013

cronache dal MEN: prima di tutto bisogna arrivarci













06/04/2013

Mi perdo.
In generale mi perdo, non ci sono cazzi.
Scusate il termine, ma non c'è altro modo.
Se poi devo arrivare in orario in un posto di una città che conosco poco, mi perdo ancora di più. Cioè, se sono sulla strada giusta, la cambio.
Solo che stavolta sono preparatissima, ho studiato tutto, treni autobus e piedi, in caso c'è mia sorella che abita lì e può farmi da navigatore. Alle 9.30 c'è la registrazione al greenhouse documentary workshop.
Scopro che arrivare all'auditorium Stensen di Firenze dalla stazione SMN è una cavolata.
Prendi l'1 e scendi in piazza della libertà, poi in 3 minuti ci sei.
Se poi, prima di salire sull'autobus chiedi all'autista "Ma questo va in piazza della Libertà?" e poi dopo un minuto "Ma se devo andare in via Don Minzoni, la fermata piazza della libertà va bene?" e aguzzi le orecchie e senti che c'è una ragazza che chiede di via don Minzoni allora è fatta! La seguirai!
Solo che lei ha le cuffie, come tutti ormai nei tempi apparentemente morti trascorsi sui mezzi pubblici. A me piace guardarli, loro hanno le cuffie io guardo loro. 
Faccio in modo che la ragazza mi noti, le dico "Questa è la fermata piazza della libertà" lei mi sorride, si toglie le cuffie e mi dice "Eh?". Glielo ripeto e lei mi dice allegra "Allora scendo anche io! Ma tu sai dov'è via don Minzoni?"
L'autista ha capito con chi ha a che fare, ci fa un colpo di clacson e ci indica un viale ENORME impossibile da NON notare.
"Ho grandi aspettative per questo MEN festival" - dico io
"Cos'è?" - dice lei
"il posto in cui stiamo andando" - dico io
"...io mi fermo al n.15 ho un groupon da 19 euro e mi faccio taglio colore e piega, speriamo bene. Comunque mi chiamo Genziana"
"Ciao Genziana, mi raccomando, digli che ritornerai..."

Sono talmente in tempo che vedo la saracinesca dello Stensen alzarsi...




3 apr 2013

camera aperta: herat



notizie dall'Afghansitan parte 4

Herat, 2 Aprile 2013


Dopo aver trascorso un'ora e mezzo su un velivolo per solo otto passeggeri, dovendo repentinamente perder quota per distanziare un aereo militare, atterro ad Herat sana e salva e ad accogliermi c'è l'aeroporto costruito dal PRT italiano (Team di Ricostruzione Provinciale) in memoria del Capitano Renzani. 
L'aria è tiepida e la primavera riflette sui tanti pini e alberi che corrono lungo le strade. Le donne si coprono con veli scuri che le arrivano fino alle caviglie, lasciando scoperto solo il viso. Si sente l'influenza della vicina Iran e del deserto del Turkmenistan, anche il paesaggio ricorda la vicinanza di questo paese, con i colli brulli e le case pastorali di paglia e fango. Le motociclette sfrecciano sorpassando tuk tuk coloratissimi appesantiti da un carico troppo pesante. Gli uomini sembrano meno curati, più rugosi, i turbanti più avvolti.
Herat, come molte alte provincie, è stata abusata dai Russi prima e dal regime Talebano poi, dopo la caduta del muro di Berlino. Dal 2005, la provincia di Herat e la città stessa sono sotto il controllo ISAF guidato dagli Italiani.
Non so perché, ma questo fatto mi desta una sensazione strana.
Herat, almeno in apparenza è una cittadina tranquilla, dove i vecchi siedono fuori dalle botteghe, i bambini mangiano il gelato e le signore fanno la spesa. La pasticceria sembra essere una delle più buone del paese.
Ecco, questa descrizione potrebbe ritrarre una delle tante cittadine italiane.

Nella mia agenda ho la visita del centro di correzione minorile, anche questo costruito dai nostri compatriotti. Con un po’ più di critica, varco la soglia dello stabilimento.
Il centro è diviso tra gli "aperti" e i "chiusi". Il settore aperto è vuoto mentre un fracasso giunge dal chiuso. I ragazzi si affacciano da una finestrella piccolissima e vedo i loro occhi curiosi alternarsi per vedere l'ispettore in arrivo: Io.
Non mi piace questo ruolo e vorrei fargli capire che sono dalla loro parte ma non mi è consentito un granché vedere, riesco solo a cogliere un lungo corridoio con un tappeto rosso e un'indicazione con scritto moschea.
116 ragazzi rinchiusi in un corridoio, fatto da 10 stanze.
30 femmine, ragazze madri comprese nell'altra ala dello stabilimento.
I maschi sono dentro per furto, ma spesso perché nell'attesa di essere processati non si sa dove metterli. I fenomeni di bullismo sono all'ordine del giorno, come del resto lo è il mangiare andato a male servito dalla mensa.
Le ragazze sono tutte messe dentro o per adulterio o per "crimine morale" ovvero scappare da casa o fuggire da un matrimonio forzato.
Dopo aver supervisionato emerge il mio lato intransigente, fermo e risoluto, un atteggiamento che riesco ad avere solo di fronte all'abuso verso il debole, verso chi non ha i mezzi di proteggersi.
Chiedo del recente omicidio avvenuto qualche settimana fa: una guardia è stata uccisa con un colpo alla testa, mentre quattro ragazzi cercavano di fuggire.
I quattro sono adesso rinchiusi in una cella a parte e mentre il coordinatore del Programma mi racconta la storia, con il dito indice fa cenno alla tempia come a indicare " quei ragazzi sono pazzi...".
Perché l'aggressività o la ribellione devono essere sempre sinonimo di pazzia?
Colgo un'ignoranza non dettata dal contesto culturale locale, ma globale, comune a tutti quei sistemi che ancora vertono su concetti retributivi anziché riparativi.
Quando si capirà che il reato è frutto di una disfunzione collettiva e sociale? Quando mai si comincerà a coinvolgere vittima, agente e comunità nel trovare la soluzione e comprensione di ciò che ha scaturito l'offesa? Poche ore dopo, intervisto dei ragazzi che hanno scontato la "pena" e sono adesso tornati a casa. La buona notizia è che riesco a ottenere la loro fiducia, dopo che loro fanno a me l'interrogatorio, cosa giusta e buona.

Un ometto di appena 12 anni sorride e fa un disegno che riassume ciò che questo programma è riuscito a fare:

Un giorno io e mio fratello camminavamo per il parco, c'era una folla radunata attorno ad un bambino che era stato picchiato, noi per curiosità ci siamo avvicinati, nella confusione è arrivato il poliziotto e il padre del bambino non sapeva chi era stato e ha incolpato me e mio fratello. Alla stazione mi hanno picchiato. Prima della prigione ero felice, dentro non lo ero, adesso sto un po’ meglio e mi sono ricresciuti i capelli che mi avevano rasato via
Zeudi

29 mar 2013

camera aperta: nino



notizie dall'Afghansitan parte 3

Kabul,   29/03/2013


Finalmente la Kabul vecchia, con la sua polvere e le sue tonalità gialle, senza contraddizioni, una nicchia ancora preservata nell'antico tempo dei re.
Si narra che le mura di vicoli e palazzi siano state costruite con le ossa dei caduti, una battaglia fra due regnanti che si contendevano la cittadina.
Le fogne sono dei canali che corrono come linee di fuga proprio in mezzo alle strade, quasi a segnarne precisamente la metà, quasi a ricordarci che nel cammino bisogna sempre decidere da che parte stare.
Scendiamo dal Taxi, noleggiato con l'intento di passare inosservati. I vecchi si trascinano lunghi i viottoli, con i loro abiti consumati e al tempo stesso amati.
Apriamo una piccola porta di legno, un bambino mi guarda con aria severa e mi segue attento fino a quando non scompaio in una stanza, non molto grande, senza finestre con un grande tappetto rosso. Otto marmocchi, curiosi, impauriti mi studiano con i loro volti che esprimono uno stretta parentela.
L'ultimo arrivato ha solo 4 mesi, è avvolto in una coperta tenuta ferma da uno spago che gira attorno al bimbo fino a terminare in un grande nodo.
Il bambino piange inerme e la sua fame viene placata dal seno della madre, che a gambe crociate mi si siede di fronte con attorno tutta la sua prole.
Sayda, la più grande dei figli, è riuscita a smettere di lavorare ed andare a scuola. Spiega con interesse e fierezza quello che ha imparato e come da grande voglia diventare un dottore. Spiega come il rispetto per l'uomo cominici con il rispettare un bambino. Lo dice anche il Corano.
L'intera famiglia dorme, vive in un'unica stanza, testimone spesso di urla, botte e pianti, che non mancono mai in molte delle famiglie afghane.
Usciamo al calare del sole, camminiamo fino ad una piazza. Passa un carro, trainato da un cavallo e fatto avanzare da ruote motrici. Una strana invenzione, creata da risorse ultime.
Ci prendiamo un "gelato" come i bambini che giocano, anche qui, a pallone, con la stessa passione comune a tutti quei bambini del mondo che amano il calcio.
In quel frangente mi tornano alla mente le note di una vecchia canzone che ascoltavo ai tempi del liceo quando ancora non sapevo che cosa avrei fatto da grande..."Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia".
Zeudi

25 mar 2013

camera aperta: apri e chiudi/sali e scendi


notizie dall'Afghansitan parte 2

Kabul, 24/03/2013

"...vabbè ti scrivo qui un altro episodio, ma non ho la foto, proprio non potevo in queste circostanze, capirai il perché leggendo."


Continua a cadere la pioggia e il che rende difficile la visuale dal finestrino della macchina in cui sono costretta a stare la maggior parte del tempo.
Invidio un pò i giornalisti, che senza codici di condotta si avventurano impavidi fra la gente del posto, ma che sopratutto riescono a camminare per le strade, fermarsi a qualche bottega e respirare un pò d'aria.
L'aria che ho respirato nei giorni recenti è stata invece quella del "Finest", dell'"Atmosphere" e dei check point prima dell'entrata partenze voli nazionali.
Il Finest, appunto per palati sopraffini, è un supermercato, blindato come d'obbligo, in cui le mogli dei signori della guerra assieme ai diplomatici e corpo delle organizzazioni internazionali -con questo tendo a far notare come il dio denaro accomuna un pò tutti questi signori- si recano in media due volte a settimana a fare la spesa nel supermercato internazionale.
Che si compra al Finest?
Si comprano prodotti tutti in scatola, ma anche verdure fresche e frutta, dai muesli, agli yoghurt Nestle, dalla pasta Barilla al tonno Jhon West che costa circa 3 euro a scatola.
Al Finest, di tutti i ruoli che avevo a disposizione, ho scelto di immedesimarmi con quello delle figlie dei war lords, che di pasta avevano gran voglia ma le cui papille degustative erano poco allenate. Quindi, ho scelto tutti i prodotti che avrei comprato in europa ma made in Afghanistan, India, Pakistan e quant'altro. Ecco che la selezione è cascata su i "l'Inguini", anzichè Linguine o su delle marmellate zuccherossissime alla fragola e del latte super vitaminico di non so che marca.
Quanto all'Atmosphere, beh, questo funziona un pò come il Finest in termini di corrazzata.
Infatti c'è da dire che ristoranti, supermercati, uffici, non hanno entrate né uscite, o meglio, le hanno ma non sono visibili in quanto sono delle semplici porte metalliche che si confondono con i muri della città. Ci si accorge di essere arrivati a destinazione solo quando guardando un muro, si nota l'occhiello da cui sbircia un occhio a cui segue lo spuntare di una guardia all'esterno, che a sua volta dice una parola che ti aspetteresti essere "apriti sesamo" in afghano, per poi infine vedere la porta aprirsi.
Ecco, adesso ci troviamo in un atrio in cui si deve aspettare che si chiuda la porta dietro per poi avere difronte un'altra porta e un' entrata da cui accedere.
Finisce così con un susseguirsi di "apri e chiudi", parole segrete, guardie che perquisiscono borse, il tutto per poterti finalmente sedere su un sofà comodo e sorserggiarti una birra per la modica somma di 10$.
L'Atmosphere e il Finest non possono però esprimere l'organizzazione intrinseca al caos meticoloso di chi arruffa ma lo fa con metodica analisi.
Prima di arrivare alle partenze nazionali, 2 km prima cominciano i check point, ben quattro, in cui il passeggero dotato di più furbizia ha uno zainetto e gestisce con agilità il percorso ad ostacoli a discapito di quelle famiglie con televisori e cibarie e ovviamente a discapito di persone curiose come me che si fermano ogni due per tre a far domande su cosa e come.
Le automobili fanno una fila come se fossero davanti ad un take away, dove ad essere ritirato è il passeggero che è sceso, andato in una stanza a farsi perquisire e fatto dei metri a piedi. Se prima era un "apri e chiudi", al check point è un "sali e scendi".
In una delle innumerevoli stanze dove si perquiscono donne, si trova una signora sulla quarantina che lentamente scrutina come da un'urna tutti gli oggetti dentro le borse delle passeggere. A me mi si chiede di aprire il pc e di accenderlo, si spruzza il ventolin per l'asma convinti che sia un deodorante ed infine si rovista fra i biscotti.
Curiosa, ammiro la sua curiosità ingenua, come quella del figlio sedutole accanto su un brandina, che con occhio sonnolento guarda la tv in bianco e nero.
Questo silenzioso osservare viene interrotto da un sparo in aria, che io confondo con un incidente d'auto, fino a quando non vedo la mia collega che entra urlandomi di accellerare.
Io mi spiccio tolgo il disturbo, riprendo possesso dei miei biscotti e mi affretto nel fango seguendo una donna afro-americana con cappellino militare e scarponcelli che, a passo serrato, marcia veloce sotto la pioggia .
Io provo a fare lo stesso ma mi ritovo invece ingolfata di nuvo fra vecchi, signore e bambini e con il velo che in continuazione mi cade da un parte.
La dinamica si ripete altre volte fino aquando riusciamo a trascinarci alla sezione imbarco, per scoprire che il volo per Herat è stato cancellato.
Svegliarsi alle 5 del mattino per tutto questo da farsi non è stato inutile, del resto non capita tutti i giorni sperimentare check points, ed io li ho avuti solo a colazione, pensare che c'è gente che ne fa l'indigestione.
Zeudi



AGGIORNAMENTO 25/03/2013 - ORE 17.30

food items

24 mar 2013

non si butta nulla: scatti davanti e dietro e ti sei anche fatto un redscale!

Prendi un rullino a colori, lo metti in una macchina e fai i tuoi scatti.
Poi quando hai finito riavvolgi, ma ricordati di lasciare un po' di pellicola fuori dal rullo.
Perché?
Perché adesso quel rullo lo ri-bobini in uno vuoto, però attenzione perché la pellicola la monti al contrario e cioè con l'emulsione verso l'esterno. In questo modo potrai scattare di nuovo la tua pellicola, ma come fosse un redscale.
No, il redscale non è una supercazzola, ma un rullo a colori con pellicola montata al contrario e che ti restituisce foto in scala di rosso (...redscale, appunto). Ricordi?

Ovviamente, ovviamente, il giochino del ri-montaggio si fa in camera oscura (altrimenti il red diventa burnt e poi butti tutto!!) e ti serve una bobinatrice, altrimenti puoi fare come fa goonies (un lomoamigo).

Io c'ho provato.
Ho preso un solaris 100 (rigorosamente scaduto), che mi aveva regalato Amuchina di Parma circa 2 anni fa. L'ho montato sulla pentax MX e sono andata proprio a Parma a scattare il lato A. Era il 2012. 
Poi da Parma l'ho portato a Modena e per finire a Buti (Pisa) a casa del masculazzo n. 1
Il lato B invece l'ho fatto tra Torino (da cbp e LeLuf) e Pisa. Era il 2013.

Dura molto, ma è divertente e poi è tutto un po' a caso...
exposing both sides: first attempt
Modena, Torino
Pentax MX
solaris 100
double - redscale

QUI il resto

22 mar 2013

camera aperta: immagini indelebili


Da oggi Tsaramaso apre la camera.
Di tanto in tanto passeranno degli ospiti che lasceranno il loro segno.

Oggi a "camera aperta" c'è Zeudi, che così scrive dall'Afghanistan:

Nella vita ci sono dei trascorsi e delle immagini che ci accompagnano come segni indelebili. Uno di quei segni l'ho incamerato stamani all'alba, con conscienza e dolcezza.
il giardino
Nella tratta dubai kabul, seduto un posto più in là dal mio, un vecchio pensieroso guardava fuori dall'oblò dell'aereo il nascere di un giorno. Per lui presumibilmente senza buone nuove.
La sua barba canuta, le righe del tempo, il turbante, e il kaftano, facevano di quell'uomo un sogetto che dava da pensare, da ricordare.
L'Afghanistan mi accolto così, con un'immagine nostalgica, che ha riecheggiato per le strade semi deserte, dai colori tenui, senza ricchi contrasti.
La sensazione che avevo è che fossero tutti nascosti ma al tempo stesso presenti e vigili.
Il cielo grigio, i polverosi asfalti, si sono congiunti in melmose pozzanghere traboccanti all'uscio delle case.
Compresa la mia.
Un giardino incolto, che poco si nota se non grazie ai peschi in fiore che spostano lo sguardo di chi arriva verso l'alto, per ritrovare poi nell'angolo dello occhio il finire di una moschea.
il guardiano

La casa ha il minimo essenziale e tante stufe a legna. Non ricordo di averne avuta mai una tutta per me.
Mi muovo veloce senza poter cogliere le sfumature dei saluti del guardiano, né della vecchia che si aggira per la casa pulendo pavimenti. Mi viene fatto recapitare il cellulare con tutti i numeri di emergenza, fatta portare in ufficio e fatta informare sulla sicurezza. "Non ripetere lo stesso itinerario per tornare a casa, non camminare per strada, non dare informazioni personali, non essere appariscente, non...non...non..."
Tante cose da non fare, ma poche da fare.
In un attimo si avvera l'incubo che avevo da tempo visto sulle cronache dei giornali. Noi siamo noi e loro loro. Siamo divisi, necessariamente, senza dialogo, condivisione, comprensione.
A che serve allora tutto questo? A niente. E infatti l'unica cosa che aveva senso fare era di tornarsene a casa e lasciare questo popolo costruirsi come può, perché noi non siamo stati capaci se non di occupare ciò che non ci appartiene.
Zeudi



13 mar 2013

Pisa, Apartheid week 8-15 Marzo 2013


Roadmap to Apartheid
by
Ana Nogueira and Eron Davidson

venerdì 15 Marzo 2013, ore 18.30 presso la Residenza universitaria Fascetti di Pisa
(Piazza dei Cavalieri, 6 - Pisa)


L'iniziativa fa parte della settimana dedicata alla lotta all'Apartheid.