A tutto Est: in Giappone

11 lug 2021

Peppe Voltarelli, planetario: ritrovarsi in uno dei tanti mondi del migrare

Da Antananarivo a Suvereto, ritrovarsi in uno dei tanti mondi del migrare.

Peppe Voltarelli di migrazione ne parla sempre nelle sue canzoni e lo fa in maniera acuta, sottile, profonda lui che “entra di sicc’ e poi di chiattu”.
Antananarivo, 2019

Nel 2018 tenne un concerto all’IFM di Antananarivo, forse non sapeva di essere il primo cantautore italiano a tenere un concerto in Madagascar. Cantò nelle sue molteplici lingue, dall’italiano, al francese inventato ma soprattutto cantò nel suo dialetto della “costa jonica calabrese del nord”, come dice lui. Noi italiani eravamo tanti, ma solo due del sud e molti del nord, poi francesi, malgasci, tedeschi, inglesi. E lui arrivò dritto al petto di tutti senza limiti linguistici. Qualcuno chiedeva traduzioni “perché capisco che dice cose importanti, ma non comprendo”, allora ci lanciammo in salti mortali di traduzioni franco-calabro-italiane per far passare quelle sfumature che Peppe rivela nelle sue canzoni. Come si fa a spiegare “qui si campa d’aria” a una francese o a un malgascio senza cadere nel cliché che lui, invece, trasforma in poesia? Fu bello, vero, onesto, potente sentire quanta forza ha il sud dentro tutti quelli che lasciano una terra per un’altra.

Suvereto, 2021
Il 7 luglio Peppe ha presentato a Suvereto il suo nuovo disco “Planetario” , nella rassegna salotto diVino. Una raccolta di contributi e storie di un lungo progetto che attraversa parte del pianeta con Silvio Rodríguez, Amancio Prada, Adriana Varela, Joan Manuel Serrat.
Un altro ambiente, un altro contesto, siamo nella maremma toscana con calici di vino e buon cibo, turisti stranieri e italiani di passaggio in vacanza a san Vincenzo. Peppe ci ha portato di nuovo in giro, nei concerti della tanto desiderata America del nord per poi scendere in Argentina, passando dal Belgio, dall’Olanda e per finire nel sud Italia. Ci ha fatto incontrare i Calabresi migrati nel Bronx, ci ha fatto piacere le brutture di Ostenda, che a gennaio deve essere “talmente terribile che ne ritrovi la bellezza”. Poi, a fine serata, in pochi intimi ci ha portato dagli amici di famiglia residenti a Buenos Aires.

Siamo tutti un po’ Marinai, e come tali abbiamo il compito di non fermarci nel nostro mondo, piccolo o grande che sia. Nel link la versione cantata al premio Tenco nel 2010, e nel video in basso la versione cantata ad Antananarivo con artisti malgasci.

Peppe, ci vediamo al prossimo porto, allora!


Qualche link:
Il sito di squilibri editore dove trovate il disco Planetario
Un video girato in Madagascar

20 mag 2021

una settimana di autoscatti, edizione 2021

 

E' online la mostra virtuale 2020-2021 del progetto



Una settimana di autoscatti è un progetto nato nel 2020, nel pieno del periodo del confinamento, a causa della pandemia da covid19.

Avevamo chiesto ad amici, parenti e conoscenti di giocare con noi per una settimana. La regola era di fare un autoscatto al giorno, seguendo 7 temi diversi. Per ogni giorno bisognava indossare un certo capo di abbigliamento e includere nello scatto uno specifico oggetto:

Giorno 1: Camicia bianca + bicchiere e bottiglia
Giorno 2: Canottiera + libro
Giorno 3: Costume da bagno + occhiali da sole
Giorno 4: Maglia a righe + spazzolino e dentifricio
Giorno 5: Giacca invernale con cappuccio + quaderno e penna
Giorno 6: Camicia e giacca + macchina fotografica
Giorno 7: Giacca senza camicia + frutto

L’autoscatto avrebbe permesso di partecipare anche a chi fosse rimasto da solo a casa.

La prima edizione del 2020 è stata accolta con profondo entusiasmo da circa 30 partecipanti sparsi nel mondo, ma anche con qualche insulto…chiari segnali del disagio che stavamo vivendo.

Poi, a un anno di distanza, abbiamo pensato di riprovare a riproporre il progetto per vedere "cosa fosse successo" tra un anno e l'altro. 
La riflessione è nata dal sentirsi e vedersi in una situazione esterna apparentemente simile a quella dell’anno precedente, ma profondamente diversa per quel che riguardava noi, come/cosa eravamo e siamo diventati, come singoli e come comunità. 
Quindi, stesso identico progetto, ma un anno dopo. 

Jean Michel, Ile de la Réunion
2020-2021
In questa edizione 2021 alcuni sono tornati a partecipare (12), altri si sono inseriti come "nuovi partecipanti" (17). Si sono osservate interessanti reazioni : alcuni hanno rinunciato dall’inizio, altri hanno abbandonato in corso d'opera. Abbiamo sentito molto entusiasmo, ma anche molta fatica, una dominante comune in questo secondo anno di pandemia. Per molti non c’era tempo, per altri è mancata la motivazione, chi ha parlato di profondo calo di umore o addirittura di depressione, chi all'inizio era entusiasta di aderire e poi ha dimenticato di partecipare. Un compito in più, quindi, che affaticava invece di stimolare. Più che comprensibile. 
 
Tra i partecipanti invece è successo che, se l'anno scorso la preoccupazione principale era dovuta alla difficoltà oggettiva di poter reperire degli oggetti o dei capi (perché davvero non si poteva uscire di casa) o al non sentirsi a proprio agio nell'indossare un costume (perché avevamo tutti preso peso);  quest'anno si è avvertita molta più preoccupazione sul come comporre il set, quale scelta stilistica, quale soluzione - figa - trovare, "devo proprio esserci io nelle foto?"

Jan Willem e Inge, Apeldoorn
2020-2021
Ogni partecipante alla fine ha trovato la sua strada espressiva, con un risultato davvero interessante, oltre che di alta qualità artistica. 
Chi ha giocato, ha giocato veramente, mostrando il proprio pensiero, il vissuto passato e attuale (per chi ha fatto le due edizioni, c'è una sezione appositamente dedicata sul sito). Chi ha scelto di farle tutte in esterno (perché si poteva!) chi si è diviso tra due citta (a causa della settimana spezzata dallo smartworking), chi ha rappresentato il "fittone dello yoga" maturato nel 2021, chi c'ha messo di mezzo la mascherina, chi si è imbattuto in editing interessanti di coppia tra i due anni.

E’ stato un gioco davvero interessante, in cui non si vince e non si perde, ma si partecipa anche non partecipando...

Per questo ringraziamo tutti quelli che hnno giocato con noi e anche quelli che ci hanno raccontato perché non lo hanno fatto. 
Alla prossima, chissà!

tema giorno 7: giacca senza camicia + frutto




Gli autori:


Michele Lischi: Dottore Forestale, Giornalista
Pubblicista,Istruttore Subacqueo , Fotografo, Velista, Campeggiatore.


Daniela Antonacci (Tsaramaso): - biologa - primatologa, esperta di comportamento sociale dei primati e appassionata di fotografia analogica e digitale.



31 mar 2021

Un omaggio a primavera.

Domenica scorsa è stato il primo vero giorno di primavera qui a Marina di Pisa, nonché l’ultimo giorno da arancioni prima di diventare rossi. Lo so che non se ne può più di queste frasi.
Così una passeggiatina in pineta ci stava bene.
Avevo un tesoro in mano: l’ultimo pacco della FP-100C silk, la pellicola istantanea della Fuji che va bene per le vecchie camera Land della Polaroid.

La pineta di Marina di Pisa è quella della pioggia nel pineto di D’Annunzio. Non tutti lo sanno, ma fa effetto saperlo. 
A me invece quella pineta restituisce l’immagine della selva oscura di Dante, così come me l’ero immaginata al liceo, con i suoi accessi fitti di vegetazione e chiome alte dei pini che si inerpicano e accomodano a formare una muraglia. Non si capisce quanto potrà essere profonda, buia, penetrabile. Una volta che ci entri poi è semplicemente una pineta, come molte altre: giochi di ombra e luce, pino, lentisco, cisto, corbezzolo, erica, euforbia, tronchi a pezzi, qualche casetta diroccata, un ponticello, qualcuno che passeggia col cane, in bicicletta, chi corre fino a Tirrenia e a terra le plastiche delle patatine e le carte igieniche dei bisogni impellenti e poi il silenzio, perché sono tutti sul lungomare a godersi la vista.


Polaroid Camera Land 210 
Pellicola istantanea fuji FP-100C silk
Bene, bisognava onorare questo momento e inventarsi qualcosa con la nostra
Land camera.
Land è il cognome di Edwin Land, lo scienziato che le inventò e poi co-fondò la Polaroid Corporation. La mia è una Land 210, comprata qualche anno fa a 20 euro su ebay e modificata per far funzionare l’esposimetro. In caso, QUI è spiegato come si fa. Purtroppo però al momento la fuji ha smesso di produrre queste pellicole, bellissime sia a colori sia in bianco e nero, ed è un vero peccato.





Arrivati in pineta, ci siamo dati il compito di penetrare in questo ambiente e fermare come siamo e come stiamo oggi.


Siamo vivi e temporaneamente uccisi.

Siamo presenti alla natura e siamo assenti a noi stessi.








Gli scatti e le idee sono anche di Michele Lischi.

20 mar 2021

365 dopo: moramora, sennò come?

 

Oggi, un anno fa.

Era deciso, bisognava lasciare il paese per l’emergenza covid, di cui in Madagascar si sentiva solo parlare attraverso gli echi dell’Europa. Era solo l’inizio.
C’era posto sull’aereo del 19 marzo, uno dei 4 posti rimasti sulla tratta Tana - Addis Abeba - Roma.
Il problema era smontare casa, impacchettare un anno e mezzo di cose e relazioni cercando di dare un ordine ad un affanno che era impossibile da domare. Questa era la vera difficoltà logistica ed emotiva. Così la guerra tra la corteccia prefrontale e l’amigdala incalzava.

Cominciai il viaggio di rientro il 17 marzo, quando acquistai il biglietto e lo finii oggi 20 marzo, quando misi piede a Roma.

Durante il tragitto si andava concretizzando man mano l’idea del pericolo della pandemia. Più si volava, più mi accorgevo dei volti tesi e spaesati. In aeroporto avevo incontrato gli ultimi turisti europei e americani rimasti in Madagascar per staccare dal disastro già iniziato a ovest. Qualcuno ci era venuto apposta.

In fila al check in davanti a me ricordo le 2 peace corp che lavoravano a sud dell’isola, uno dei sud più dimenticati del mondo. A loro era stato ordinato dal quartier generale di partire. Le due americane erano spaesate, piangevano per motivi che a Ivato sono normali e frequenti: la valigia troppo pesante, la calca delle persone al desk... Riuscivano solo a dire che sarebbe stato meglio rimanere in the middle of no where.
Quello sguardo di stupore e paura, a un anno di distanza lo ritrovo ancora oggi sui canali TV, sui social,  per strada…

Io aspettavo paziente il mio turno nella calca e nell’ansia di tutti di questa fuga improvvisa, anche della mia. Il grosso era fatto: avevo inscatolato 15 pacchi, distribuito roba e salutato Fanja, Florence, Roland, Tahina, Bazou, Ravaka, Dimby, Aristide, Vohang i colleghi e avevo fatto "ciao ciao" alla città dal finestrino dal pickup una volta arrivata in aeroporto con Nono. Ora si trattava di raggiungere il controllo passporti per l’ultimo "Je vous souhaite un bon voyage, Monsieur". Dovevo stare talmente concentrata e capire quale fila seguire, che non riuscivo a sentire la sofferenza del distacco da tutto quello che lasciavo. 
A un anno di distanza, quella sensazione di gestione del distacco la ritrovo, necessaria incombente, seppur sotto altre forme. E’ come se oggi non ci si possa permettere di avere la stessa paura di prima, la paura di una “fila che spinge”, ma dobbiamo capire come stare in fila senza che questa ci mangi.

A volte sorridevo a chi spingeva, con la mia solita strategia di rispondere ad un approccio aggressivo con uno volto alla complicità. Era la prima volta in cui mi accorsi di cosa volesse dire escludere le espressioni facciali dalla comunicazione, a causa della mascherina. 
Dopo un anno forse stiamo capendo che, accettare quella che giudichiamo follia altrui, ci farebbe vivere meglio (per poi capire che follia non è, ma diversità). Inoltre, dopo un anno di chirurgiche alla bocca adesso penso liberamente ad alta voce, tutte le volte che mi viene. Sarà bello vedere cosa succederà quando  toglieremo la mascherina. Potrei andare in giro con un registratore.

Ho fatto il viaggio accanto ad un tipo di Torino. Tra me e lui c’era un posto vuoto. Ci siamo parlati guardando davanti a noi per evitare di infettarci, lui veniva dal Kenya. Non sapevamo nulla di come comportarsi, ad esempio io avevo la mascherina sbagliata (quella con la valvola). A Roma ha sorvegliato i miei bagagli mentre prenotavo la macchina a noleggio per andare a Pisa e ci siamo detti buona fortuna. Un incontro come molti altri fatti nei lunghi voli: qualcuno di cui non sai il nome o lo dimentichi e di cui resterà un ricordo piacevole (o spiacevole). Questo non cambierà mai negli anni, credo. Basta avere pazienza.

A Roma c’era del nervosismo locale “te devi allontanà!” L’autostrada era vuota. Viaggiavo coi guanti e i disinfettanti a portata di mano, come mi avevano detto.
E più mi avvicinavo a casa e più pensavo al fatto che avevo fatto bene a lasciare alcuni pacchi in ufficio con alcuni effetti personali e il materiale per la camera oscura, vedi mai un giorno dovessi ritornare.
A 365 giorni di distanza mi dicono che quei pacchi sono ancora lì ad aspettarmi “Moramora, Danielà”.
A un anno di distanza ho capito finalmente la necessità del moramora.




Gli scatti sono stati realizzati con Nikon FM2 e Yashika Mat 124

18 feb 2021

Ritratti di un'estate particolare

Dall'album "being behind, being in front", qualche sguardo fotografato nel 2020. 

Era estate, durante la fuga verso il sud Italia. Grazie a chi ha posato alla giusta distanza dalla Mamiya C3.

Marco e Ola, la Torretta, Mesagne - BR

Mariangela, Matera

Pietro, la Torretta, Mesagne - BR

Silvia, la Torretta, Mesagne - BR

Carlo, Mesagne - BR

Giuseppe, Leverano - LE

Michele, Marina di Pisa - PI

Mamiya C3
Kodak 400 TriX

L'album completo si trova qui: 




23 nov 2020

Quel 23 novembre 1980: quando la terra tremò in Irpinia e noi lo sentimmo.




Il ricordo di papà.

Noi, all’epoca, abitavamo a Matera nella Caserma della Polizia nell’alloggio di servizio del 3° piano. Era domenica: io ero seduto in salone a guardare le partite di calcio; Laura, 6 anni, giocava a fare l’indossatrice e aveva indossato un abito di mamma che le stava molto grande; Daniela, 4 anni, era in cucina insieme alla mamma. 

All’improvviso si sentirono tremare il pavimento e i vetri delle finestre. I candelabri oscillavano paurosamente e alcuni oggetti posti sui mobili cadevano a terra; allora, presi dalla paura, decidemmo di uscire da casa per recarci in un posto più sicuro. Mentre inziavamo a scendere le scale, mi resi conto che Laura non era in grado di muoversi perché inciampava nella veste che aveva indossato, molto grande, e Daniela si era bloccata alla prima rampa. D’impeto presi in braccio entrambe le bimbe e scesi le scale con molta difficoltà perché le scosse di terremoto ci sballottavano tra la ringhiera e il muro ed era andata via la luce. La mamma scendeva dietro a tutti. 

Giunti, finalmente, al pianterreno, ci portammo nel cortile della caserma, all’aperto, e ci posizionammo lontani dall’edificio per ripararci da eventuali crolli. 

Subito dopo iniziarono a giungere alcuni abitanti del vicinato urlando e piangendo. Il cortile era illuminato dalle lampade del gruppo elettrogeno e sui nostri volti era evidente la paura, il terrore! Infine, decidemmo di allontanarci da lì e ci portammo in macchina a casa di Gianni che abitava in una villetta a piano terra in periferia dove non si temevano crolli. 

Lì fummo ospitati tutta la notte sino al giorno successivo la mamma con le figliole, mentre io ritornai in Questura da dove giustamente i poliziotti di servizio si erano allontanati per recarsi presso le proprie abitazioni. Solo il piantone e il centralinista erano rimasti al loro posto. Il questore, sessantaquattrenne, si era rifugiato nel suo alloggio con la moglie. Li trovai seduti l’uno affianco all’altro e terrorizzati non riuscivano a parlare. Li convinsi ad uscire e a portarsi nel cortile della caserma. 

Le comunicazioni telefoniche erano interrotte e ciò rese difficoltoso avere notizie in merito al terremoto e all’epicentro. A questo punto feci intervenire il personale radiotelegrafista che, a bordo di un automezzo attrezzato con apparecchiature ricetrasmittenti, riuscì a mettersi in contatto con la Prefettura di Potenza da cui giunsero notizie terrificanti che furono approfondite nei giorni seguenti. Il mio collega della Polizia Stradale, con le sue pattuglie si spostò in direzione di Potenza dove c’era bisogno di soccorso urgente e, mentre si dirigeva in quelle località, comunicava via radio il disastro e le vittime provocati dal sisma. Nei giorni successivi anch’io fui mandato a Potenza per concorrere alle operazioni di soccorso.

«Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci, perché in quel tempo non esisteva la Protezione Civile. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi» (il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini)

Il resto è storia.

Alle 19:34 oggi restermo tutti in silenzio per un minuto.

3 mag 2020

Una settimana di autoscatti: l'effetto che fa

Cbp e Enez Vaz si parlano e tirano fuori quasi per gioco un’idea fotografica da fare in 7 giorni: 
ogni giorno uno scatto o meglio un autoscatto, perché c’è chi nell’isolamento è solo. 
Ogni giorno è libero: lo sfondo da usare, l’interno, l’esterno, la posizione, guardare in camera o no. Bisognerà solo scattarsi una foto dalla vita in su (autoritratto a mezza figura). 
I soli due obblighi sono “un oggetto” e un “vestito” che cambieranno ogni giorno. 

Giorno 1: camicia bianca + bicchiere e bottiglia
Giorno 2 : canottiera + libro
Giorno 3 : costume da bagno + occhiali da sole
Giorno 4 : maglia a righe + spazzolino e dentifricio
Giorno 5 : giacca invernale con cappuccio + quaderno e penna
Giorno 6 : camicia e giacca + macchina fotografica
Giorno 7 : giacca senza camicia + frutto

Elisa da Lione, nel g.7
Sono oggetti semplici, che potenzialmente useremmo, mangeremmo o che semplicemente teniamo lì perché ci piacciono. Così come i vestiti: le righe, la camicia, il cappotto, tutte cose “normali”, in un periodo che di normale ha apparentemente poco.  Infatti ci succede che alcuni di questi oggetti non possiamo usarli, averli, comprarli e i vestiti, che metteremmo senza neanche guardarci,  adesso ci fanno un altro effetto.

E' così che per me, che in questa idea ci sono entrata nella seconda fase, la diffusione, tutto il contorno è diventato l'aspetto più interessante:

Quale soluzione troviamo con questi elementi e in che situazione ci mettiamo? 

Vediamo l’effetto che fa… 

Abbiamo invitato amici e conoscenti distribuiti in diverse zone del mondo, per vedere le differenze, durante un periodo che ci accomuna enormemente in termini di limiti, confini, forse anche paure, riflessioni, pensieri. Alcuni invitati hanno poi esteso l'invito ad altre persone.
Ogni invitato ha svolto questo esercizio secondo la propria condizione personale, sotto le regole della propria città, regione, stato, continente, in tempi e modi diversi. 

Ecco le "reazioni" di prima, durante e dopo dei 36 partecipanti tra Italia, Francia, Germania, Grecia, Olanda, Madagascar, Quatar.

C’è chi si è esaltato "avete dato un senso alla nostra settimana!"
Chi si è anche un po’ irritato per l’ulteriore compito “in tutto questo bordello”. 
Chi ha iniziato e non ha finito, perché non aveva i vestiti, gli oggetti, perché è difficile restare concentrati e portare a termine un compito.
Chi ha dimenticato, ma ha recuperato tutto in un giorno. 
Chi ha composto una storia.
Chi ne ha scritta più di una. 
Chi ha affermato di non avere bottiglie. 
Chi ha scambiato bicchiere (glass) per occhiali (glasses).
Chi "in costume manco morto/a".
Chi in costume dalla vita in giù.
Chi poi si è scusato per essere stato banale e poco speciale.
Chi "ma posso fare una messa in scena?"
Chi è giovane e autoscatto vuol dire selfie.
Chi invece è anziano, anche in esperienza fotografica, e si fa l'autoritratto con tanto di timer.
Chi pellicola, chi digitale, telefono, ipad,  reflex.
Chi si è reso conto che alla fine di tutto, era meglio non mostrare a tutti.
Chi non acconsente alla diffusione per hashtag di #covid, #isolamento, #pandemia.
Chi ha tirato su le maniche per farsi una canottiera.
Chi ha avuto paura di essere "eliminato dal concorso".
Chi alla fine "bella idea, guarderò il risultato".
Etc. etc...

E’ stata una bella cosa, soprattutto il contorno, le domande, le curiosità del perché.
E' stato emozionante vederli tutti insieme e organizzarli nella galleria che con Enez Vaz abbiamo costruito per Persone, Giorni & Temi e qualche extra. 

Leggete cosa scrive Enez Vaz QUI, che lui c’era dall’inizio. 

A chi ha partecipato un grande GRAZIE per la fiducia. 

E adesso, guardatevi adesso l’ effetto che fa. Cliccate qui: UNA SETTIMANA DI AUTOSCATTI

Xana da Berlino nel g.6
Nambs da Antananarivo nel g.3
Jean Michel dalla Réunion nel g.7

8 feb 2019

La boite à idee

Oggi, un anno fa, mancavano poche ore a preparare il ritorno di Tsaramaso in patria. 
Oggi, un anno fa, eravamo tutti insieme a festeggiare i 70 di zia con le candeline immaginarie. 
Oggi, un anno fa, prendevo il mio treno forse con poche speranze, ma mai con nessuna e me ne andavo a Roma, ché il giorno dopo al mattino avrei dovuto fare una cosa importante al Ministero degli Affari Esteri. 
Oggi, un anno fa, cercavo di raccontarlo a tavola nella stanza delle parole, ma nessuno mi ascoltava davvero; come spesso accade quando si ha poco tempo e ognuno ha il suo pensiero, il suo stato d’animo e le aspettative che si creano e si distruggono in un tempo così veloce, che manco lasciano l’amaro in bocca.
Così poi, fatto quel viale, ce ne andavamo a prendere i treni e le macchine per separarci di nuovo. Auguri zia. Sicuramente ci vedremo tra un bel po’. Resto poco a Roma.
Ma è quel poco che basta per farmi cambiare animo e idea.
Quel poco che è enorme e che arriva dritto davanti all’altare della Patria con una telefonata. 
E poi le gioie, l’abbraccio e tutto il tempo delle telefonate durante l’aperitivo in un posto di architetti a condividere quell’incredulità e quella felicità. Le aspettative stavolta sono enormi e i piedi non devono necessariamente stare più così per terra, almeno per un po’.
Il click di quella notizia apriva le porte della speranza e dell'Air France, che faceva rotolare un fagiolo da nord a sud in un lungo viaggio durato 9 mesi.

19 Novembre 2018, Antananarivo. Sono atterrata e fa caldo. Scendo le scale dell'aereo e fiera, guardo l’anello comprato nella via dei gioielli l’ultima volta qui, nel 2016, quando non ci sarebbe stato più motivo di tornare. Sapendo invece che lo avrei fatto prima o poi.


Lo so che non ci state capendo nulla, ma è necessario tutto questo a Tsaramaso per ripartire.

Partirò allora da una delle sorprese che questa terra regala giornalmente.
L'ho trovata in quello che uso per cambiarmi per l'allenamento di aikido e che il sensei chiama il vestiaire. Il vestiaire è una stanza all'aperto con una tenda "a mezza gamba", che lascia spazio all’immaginazione di chi passa di lì per andare nel pollaio accanto o al bagno di fronte. Ma io faccio veloce e nessuno mi vede. Una volta pronta faccio per voltarmi e la vedo e penso che chi l’ha creata (il sensei presumibilmente) sia un genio.

Vorrei aprirla, ma non mi azzardo.

Allora è Tsaramaso che da oggi riapre le comunicazioni, ora che è tornato laddove è nato: dalla terra al sacco del mercato.

Miandriarivo - al dojo